Matti: punti di domanda senza frase

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Un fatto di cronaca recente, con un uomo segregato dalla madre per 28 anni, non può che farci ripensare all’increscioso fatto che ha coinvolto un prelato Luganese settimana scorsa.

Stavolta la colpevole è stata arrestata, anche perché i fatti sono decisamente più gravi rispetto a quelli di Lugano. Il caso riguarda una settantenne di Stoccolma, che aveva tenuto segregato in casa il figlio dall’età di dodici anni, ora l’uomo ne ha quarantuno, ed è l’ombra di un essere umano.

A ritrovarlo una parente, insospettita, che ha atteso una degenza ospedaliera della donna per andare nella casa e scoprire un pover’uomo spaurito, pieno di lividi, che camminava a stento immerso nel disordine e nella sporcizia. L’appartamanto, a sentire le testimonianze, non veniva pulito probabilmente da decenni e sembrava una discarica vera e propria.

La madre, interrogata, avrebbe detto che aveva tenuto segregato il figlio per proteggerlo dalle persone che volevano fargli del male.

È l’amore ad aver portato a un gesto simile? L’ amore portato al parossismo, quando si snatura e, come un composto di frutta fresca, col tempo deteriora e fermenta? È un veleno che striscia piano piano nella psiche? Fino a farci perdere completamente il senso della misura? Eppure fatti simili, anche se non sempre così gravi sono frequenti. Anche i nostri servizi sociali o le cooperative che si occupano di sgomberi e pulizie, devono affrontare spesso situazioni di questo genere.

Il fatto di cronaca che ha colpito don Azzolino Chiappini, teologo all’università di Lugano e la sua convivente di trent’anni più giovane è solo la punta dell’iceberg di un disagio che serpeggia tra di noi e che viene spesso sottovalutato. (leggi qui sotto)


La malattia psichica non è una cosa di cui vergognarsi. È una patologia, dignitosa come una gamba rotta o un problema cardiaco. Perdere pezzi della nostra mente senza che noi lo vogliamo, non è meno decoroso che dover ricomporre una frattura. Spesso occorre tempo, dolore e fatica, ma i risultati ci sono.

Ci sono se ci sono sufficienti operatori, considerati e motivati, che possono, con pazienza, dedizione e entusiasmo, capire che loro possono fare la differenza.

Perché ogni piccola differenza, ogni piccolo scalino risalito dall’abisso è un miglioramento oggettivo nella psiche e nel fisico di una persona, perché tutti meritiamo aiuto, anche se questo costa fatica e dolore. E perché ogni piccolo aiuto o scalino risalito aiuta a costruire un mondo più bello e degno di essere vissuto.

Secondo dati di quest’anno, il 27% della popolazione adulta svizzera, tra i 18-65 anni ha sperimentato almeno un episodio di disturbo mentale nell’ultimo anno (inclusi problemi derivanti dall’uso di sostanze, psicosi, depressione, ansia e disturbi alimentari).

In Europa, parliamo di 83 milioni di persone, colpite più o meno duramente da un disagio psichico, una cifra enorme. E sono cifre che spaventano, se si pensa che sono sottostimate, visto che nella ricerca sono stati inseriti solo un numero limitato di disturbi mentali e sono stati omessi i dati relativi ai minori di 18 anni e ai maggiori di 65.

Queste li cifre nude di un problema tutto di questo secolo. Un secolo di transizione (vogliamo sperare) da una società basata unicamente sul profitto e sullo sfruttamento umano, che provoca tassi di stress altissimi e spesso ingestibili.

Paulo Cohelo scriveva: “L’essere umano deve sempre affrontare due grandi problemi: il primo è sapere quando cominciare; il secondo è capire quando fermarsi.”

Forse è proprio il momento di fermarsi un attimo, sederci, guardarci negli occhi e cercare di capire cosa ci serve veramente. Perché il cibo dell’anima è ormai merce rara.

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