Ormai è fatta: in dialogo con i nonni

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Cara nonna, adesso non ci sei più… un dialogo immaginario con il fantasma della vecchiaia, con l’indice grosso e rugoso dell’antenata alzato a redarguire. Un gentile pensiero per la scuola e il suo potere di far proseguire la vita.

“Tu sei giovane e sai tutto. Allora scrivi l’elenco dei grandi personaggi di potere che hanno investito nei giovani, nei bambini. Scrivilo su un biglietto. E dopo passami gli occhiali che ho messo sopra il camino, così leggo il tuo elenco.” 

“Non saprei cosa scrivere sul biglietto, nonna.” 

“Non sai cosa scrivere perché gli affari nel mondo si fanno con le creme per continuare la giovinezza e con il botox. I laureati come te hanno il certificato, ma dov’è la cultura delle cose?” 

“Non è tutto negativo, nonna. Tu esageri.” 

“Mmmmh… La vuoi la torta di pane da portare a casa? Prendila. È nel frigorifero. L’ho fatta ieri con il burro fresco.” 

“Grazie”. Prendo la carta alu dallo scaffale. 

“Hai comprato l’auto nuova?” 

“Sì. Un’occasione!” 

“Sarà. E i soldi?” 

“Ah, soldi ce n’è, nonna.” 

“Mmmh…” 

“Adesso ho il lavoro.” 

“Tieni a mente: non vendere mai un campo. Se viene la guerra o se torna la spagnola, cavi e ci metti le patate. Cinque galline, e mangi. Adesso vado a vedere la tua automobile nuova.” 

“Sì, vai a vedere.” 

“Secondo te è necessaria tutta quella carta alu, per avvolgere una fetta di torta?” afferma alzando l’indice grosso e rugoso, socchiudendo gli occhi piccoli e neri. 

“Scusa nonna. Ormai è fatta.” La nonna si alza dalla sedia, si muove lentamente appoggiandosi al bastone e apre la porta:  “Sei matto? Perché non spegni il motore dell’automobile?” 

“Scusa, ero distratto. Volevo fermarmi velocemente a dirti ciao e alla fine…” 

“…alla fine apro la porta e devo respirare il tuo veleno. A novant’anni.” 

“Scusa nonna. Ormai è fatta. Adesso vado.”

La bacio, ma lei borbotta:  “Se te ne freghi degli altri che son vivi, figurati quando sarò morta.” 

Ecco. Adesso, nonna, non ci sei più. Ormai è fatta. I supermercati vendono sempre le creme per “continuare la giovinezza”. Botox e shopping continuano a levigare le ansie degli adulti. Nel frattempo qui è arrivato un virus che non perdona: abbiamo tagliato a fette un po’ di cultura, parole, profondità, fisicità. Abbiamo ridotto il concime. Dopo quel nostro ultimo incontro con la torta di pane con tanto burro e il motore dell’auto acceso, devo scrivere a te, a me stesso, agli altri, perché esiste un grande campo di patate con terra buona. Qui, nonna, hanno chiuso i teatri, i musei, molti luoghi essenziali per la sanità mentale e dello spirito (le chiese sono aperte, tu ne saresti felice), ma le scuole sono aperte. 

Quante volte mi hai detto che noi maestri siamo privilegiati, quindi dobbiamo lavorare senza protestare, ché tu al prete non gli hai mai detto cosa doveva fare. Me ne andavo arrabbiato e per un po’ non tornavo a trovarti. Eppure, in questo momento, la scuola è una delle poche speranze accese. Forse, potenzialmente, uno degli ultimi spazi di resistenza culturale e sociale, in questa epoca di nuova accelerazione verso la distrazione in barba alla lettura profonda delle cose. 

Nella scuola i bambini e i maestri usano gli sguardi, danno tempo alle parole; i bambini e i ragazzi si muovono, si allenano a coordinare il corpo nella relazione, usano la matematica, la storia, la geografia per riflettere. Nella scuola abbiamo la possibilità di portare la letteratura, la lingua, le lingue, la musica, l’arte in un’aula, insieme. Noi maestri siamo rimasti tra i pochi che possono vivere con i giovani l’incanto. Nella scuola possiamo lasciare segni. Ecco perché al tuo dito grosso e rugoso, nonna, non vorrei dover rispondere, ancora una volta: “Ormai è fatta.” 

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