Pablito e il goal

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Nessuno urla “gooooouuuu” d’un fiato per 25 e più secondi come i radiocronisti brasiliani. Nessuno al mondo, nemmeno Maradona, ha avuto il goal nel DNA come Paolo Rossi, chiamato con il vezzeggiativo “Pablito” perché così ammodo, così carino, così “bravo ragazzo”.

E persino così simile all’italiano medio del tempo, forse anche di qualche centimetro più piccolo: fosse nato donna, sarebbe stata definita un’ “educanda”, magari da “svegliare” un po’, da renderla più capace di sopravvivere in un mondo di lupi. E invece, anche l’aria stessa apparentemente innocua faceva parte del suo capitale, del suo mestiere che consisteva nel fare ciò che è solo apparentemente facile: cacciare la palla in rete, nel modo e nel momento più inaspettato.

Per farlo bisogna avere una qualità che nessuna accademia calcistica, per scientifica che sia, ti può dare: l’istinto, un istinto che va al di là di qualsiasi organizzazione di gioco, oggi celebrata al punto di tarpare le ali ai veri talenti, ingabbiati in mille pastoie, in mille schemi.

Nessuno ha mai insegnato a “Pablito”, come si “legge” il movimento dell’ala che s’appresta al cross, come si legge il passo del centrocampista che s’appresta al suggerimento in profondità, il movimento di chi si sposta per “portar via” il difensore, aprendo spazi.

Il segreto di Paolo Rossi è semplice da capire, difficilissimo da mettere in pratica; lui “legge” il percorso della palla una frazione di secondo in anticipo su tutti: è di fatto un “veggente”.

Questo si capisce soprattutto se rivedo le sue reti segnate di testa, grazie a una dote che ancor oggi molti telecronisti non hanno capito: non è lo “stacco”, la capacità di alzarsi da terra unita alla statura, che fa la differenza, nei confronti della selva dei massicci difensori in area di rigore: è il “timing” la scelta di tempo che decide, la capacità, appunto di leggere la traiettoria della palla che può arrivare da ambo i lati, di anticiparne la velocità e la traiettoria. Non solo.

“Pablito” rovescia completamente l’assunto: chi ha detto che il gioco di testa è “aereo”? Perché all’opposto non può essere rasoterra, a pelo d’erba? Ma certo. La palla si può mandare in rete colpendola all’altezza di 30-40 centimetri, anticipando le capaci piote degli avversari. E perché, come contro il Brasile di Zico, Falcao e Socrates, non puoi deviare un tiro scagliato con forza, che qualsiasi altro a malapena potrebbe intuire, mettendo il piede sulla traiettoria con una velocità, un impatto e un asse ponderati al punto da sembrare, più di 30 anni dopo, comandato da un drone?

Perché hai visto tutto prima, hai capito tutto dalla posizione del corpo di chi ha scagliato il tiro e da quella del difensore: sapevi che la traiettoria sarebbe stata deviata, proprio verso te. Quel Brasile era considerato imbattibile, e oltretutto gli bastava un pareggio per qualificarsi. L’Italia aveva fatto una fatica terribile a qualificarsi , con uno 0 a 0 contro il Camerun. Il compianto Oliviero Beha aveva sentito puzza di bruciato: strani “osservatori” italiani e camerunesi mai visti nel mondo del calcio si aggiravano attorno al ritiro della squadra.

Beha mi aveva confessato la sua convinzione che lo 0-0 era stato combinato. L’aveva anche scritto, pur senza documenti provanti, e ne aveva pagato le conseguenze sul piano professionale.

I giornalisti italiani erano stati “cattivi” al punto da indurre Bearzot ad annullare le conferenze stampa. L’ambiente era sull’orlo della crisi di nervi, anzi della follia: correvano addirittura voci di rapporti omosessuali all’interno della squadra. Tutto falso.

E poi quell’incredibile serie di vittorie, con Paolo Rossi che arriva sempre prima di tutti, sempre al punto giusto nel momento giusto: in fondo basta buttare la palla in avanti, puoi star certo che prima o poi “Pablito” la manda in rete.

L’Italia uscita dal “miracolo economico” del dopoguerra, sprofondata in una grave depressione economica e morale, con gli estremisti di sinistra e di destra che volevano destabilizzare lo Stato ritrova slancio, e coesione grazie a “Pablito” che mette la ciliegina sulla torta al lavoro dei suoi compagni. Paolo Rossi e Pertini al “Bernabéu” di Madrid sono i “santi”, le icone che restano nella memoria del Paese.

Al punto che a “Pablito” viene perdonato l’imperdonabile, l’incomprensibile “scivolone” delle partite comprate e vendute per scommessa, oltretutto da parte di gente ricca, che non aveva minimamente bisogno di soldi.

Sovente l’ipocrita “cultura” cattolica precipita dagli altari alla polvere dei peccatori. “Pablito” era un semi-dio greco nato dall’unione di un nume dell’Olimpo e di una mortale: due anime erano in lui (“ach, zwei Seelen wohnen ja in meiner Brust” – Goethe).

Quella che l’aveva indotto a tradire il gioco che gli aveva dato la gloria, che gli aveva permesso di esprimere la sua straordinaria arte, era quella umana, fallace.

Era la necessaria tara imposta dagli Dei. 

Non era sua, non era nostra. Forse.

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