Quando l’aquilone imbrigliò le renne

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Mi è piaciuto immaginare questa mezza fiaba natalizia. Non so se vi piacerà, ma forse un aquilone colorato potrebbe portare buono. A volte imbrigliare la fantasia aiuta anche ad imbrogliare la perniciosa malinconia di questo 2020.

Aveva sei anni, tondi tondi come una palla di cristallo, e le sue piccole narici scandagliavano i profumi della vigilia, che odoravano soprattutto di mandarini al pascolo e di datteri appiccicasentori. Spostarsi dal camino alla finestra fu l’impulso di un attimo, dentro la piroetta di un favoloso presentimento.

Non seppe se considerare la faccenda straordinaria o semplicemente ordinaria, visto che le ore stavano trotticchiando verso il quadrante del Natale: là fuori, ciondolante nel cielo grigioazzurrato, la slitta di Babbo Natale pareva ancorata alle stelle, boe intermittenti nella mareggiata del cosmo.

Leggera, come la piuma di un’oca su di un guanciale di pacifiche nubi, la slitta cominciò a scivolare sopra i tetti delle case, mentre le tegole, spesso indifferenti alle regole, mimavano il balletto dei quadrotti di terracotta convertita in panna cotta. Intanto nel chiarore della notte scintillavano le corna e gli zoccoli delle renne, sazie dei licheni mischiati a scorzette di comete.

Il Vecchio con la barba bianca usava il suo frustino di pino come fosse una carezza sui dorsi della sua quadriglia. E dalla inclinazione esagerata del suo ambaradan lievitante, tracimavano pacchetti di ogni dimensione, certo avvolti nelle carte dei Cantieri del Cantone.

Tutto, proprio tutto, si muoveva nella incredibile armonia della ovattata levità di quella nottata innamoratasi del mondo.

Allora il bimbo, annodandosi una sciarpa tentacolare come il polpo prestigiatore, corse in giardino e affidò al fiato del vento il suo aquilone di Natale. Alitava una brezza, cordiale e mattocca, che spediva i battiti del cuore verso il balbettare di mille lampare. L’aquilone zampettò, rischiò il tracollo per poi riprendere coraggio e ulteriore rincorsa e vigore nel turbinio dell’aria zampognata.

Si impennò così alto da mangiare tutto il filo del rocchetto. Planò sui rami di corna delle renne, fino a imbrigliare la pattuglia volante. La slitta cominciò a ruotare, facendo quasi da compasso alla luna dove una ballerina si avvitava a trottola, con le sue scarpette di raso a punta di colibrì.  La cosa più eccitante derivava dal fatto che Babbo Natale rideva, rideva come può ridere un vero Babbo Natale: a crepapelle, con l’euforia di un Vecchio che riacciuffa il filo del Labirinto del Bambino. 

Il frullio si stemperava nel brusio dei colori pastello dell’aquilone, a metà strada fra i prati innevati e i pianeti sbandati. Come fosse la pendola del più divertente gioco della vita, la scena provò inquieta incertezza nel dissolversi, dentro un nuovo presagio di neve. Lassù, una scia al galoppo divenne un puntino, e poi un fantasma di forfora di meteore erranti.

L’aquilone planò, un pò sghembo e un po’ malconcio, ma ancora galvanizzato dall’adrenalina del gioco dei nodi gordiani.

Se il bimbo di allora aveva sei anni, ora ne conta settanta.

E sono sempre più rari i prodigi.

Forse  per via dei capelli grigi. 

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