Quelle regole del Covid

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Mentre in Germania la cancelliera Angela Merkel in un accorato appello al popolo tedesco diceva che ogni morto di Covid è un morto di troppo e annunciava l’introduzione di un severo lockdown, in Italia la gente affollava le piazze, i negozi e i centri commerciali nella consueta corsa allo shopping prenatalizio. Tutti quanti con la loro bella mascherina, ovvio, ma comunque incapaci di resistere al rito collettivo del “regalino di Natale”. Del resto venerdì sera, in Ticino, si è assistito a qualcosa di molto simile con il pienone in quasi tutti i ristoranti del Cantone, presi d’assalto nell’ultimo giorno utile per cenare ancora a un orario decente, dato che da sabato la chiusura dei ristoranti è passata dalle 22.00 alle 19.00. 

Insomma, la rincorsa e lo slalom che lo stillicidio di comunicati, di nuove regole e restrizioni c’impongono, non è cosa facile. Soprattutto per chi, dell’aggirare le norme anti-cononavirus, ne ha ormai fatto uno sport. Di più, una filosofia di vita. Venerdì camminando dopo le 20.00 per il centro di Bellinzona non ci volevo credere. Ristoranti affollati come non mai. Come se l’urgenza fosse davvero quella di poter addentare l’ultima pizza cotta in un forno a legna seduti a un tavolino con la tovaglia a quadretti. Gli ultimi posti ancora liberi? Ci dispiace ma ci sono rimasti solo quelli nella sala fumatori. E così quell’agognata pizza ti tocca mangiarla in una stanza che, manco fosse un posacenere, puzza pure di mozziconi spenti.    

Eppure io ero convinto che la nostra priorità in questa guerra fosse quella di non permettere al nemico di avere gioco facile, che il virus non si diffondesse troppo velocemente, magari con il rischio di mandare in tilt i nostri ospedali, facendo strage di anziani. Non credevo ci fosse una quattro formaggi o una mascarpone e rucola tra le nostre priorità. Che poi, per carità, non vorrei che sul banco degli imputati ci finisse davvero la pizza. Avrei potuto accanirmi con una sella di capriolo o un Big Mac, così come con un pulloverino in cachemire a collo alto. Già. Perché io credevo che le misure fin qui prese fossero per tenere a bada il diffondersi della pandemia, non per fare un dispetto ai pizzaioli o a chi non sa prepararsi neppure un uovo al tegamino. Ma evidentemente mi sbagliavo.

Evidentemente si tratta di un complotto se c’è stato addirittura un consigliere nazionale dell’UDC che, con un video postato sui social, si è preso la briga di spiegare per filo e per segno com’è possibile aggirare le ordinanze emanate dalla Confederazione. Quando si dice la politica al servizio del cittadino. Nel suo post il deputato Erich Hess raccontava come, volendo, ci si sarebbe potuti radunare in gruppi di più di dieci persone. Come? Facile, basta fondare una comunità religiosa. Per farlo Hess ha messo a disposizione anche l’apposito formulario. Perché, dai, che male c’è a inventarsi un credo di sana pianta, una fede solo per il gusto d’infrangere le regole che dalla scorsa primavera sono spuntate come ammaniti falloidi lungo il nostro cammino?

In fondo che male c’è a fare un po’ i furbetti? A flirtare col virus e fottersene delle norme anticovid? Non so perché ma a me sembra essere questo il messaggio o quantomeno l’atteggiamento di chi, ritenendo le regole assurde, inadeguate o addirittura spropositate, decide per conto proprio come affrontare la questione. Quelli che un tempo erano tutti allenatori della nazionale ora sono diventati virologi. O peggio politici. Tutti lì a dar fiato alle proprie idee e magari, in quel fiato, anche un passaggio utile al virus. Che di bocca in bocca, come una freccia dall’arco scocca. Il virus nel frattempo fa quel che deve fare. Perché le chiacchiere stanno a zero. Mentre invece i morti, solo in Ticino, sono ormai più di 650. E intanto c’è chi si ordina una prosciutto e funghi.

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