Siamo all’acqua quotata in borsa

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Finora la cosa era passata sotto silenzio, nell’indifferenza generale dei mezzi d’informazione. O quasi. Eppure, che l’oro blu, il bene più prezioso che abbiamo al mondo – l’elemento a cui dobbiamo la vita – sia stato quotato in borsa per la prima volta nella storia, non è solo il segno dell’epoca in cui viviamo, quel tardo capitalismo che continua a conquistarsi maglie nere al punto da trattare un bene pubblico ed essenziale alla stessa identica stregua di materie come il petrolio o l’oro, ma ci anticipa anche quale potrebbe essere il nostro futuro.

Un avvenire quanto mai tetro e per nulla solidale, nel quale l’imminente crisi idrica che vedrà 2/3 del pianeta a corto di acqua, ha fatto sì che questo bene essenziale in futuro possa essere al centro di una vergognosa speculazione finanziaria. È avvenuto in California, uno stato ormai da anni in piena crisi e in costante carenza di risorse idriche. Così nei prossimi anni, il prezzo dell’acqua oscillerà come qualsiasi altro bene quotato in borsa e potrà essere oggetto di investimenti e di affari al limite della legalità. Ma che la quotazione dell’acqua in borsa viola i diritti umani, non lo diciamo solo noi. 

A sostenerlo è innanzitutto l’ONU che, di fronte a questa decisione scellerata, ha espresso tutta la sua preoccupazione. Del resto gli esempi anche recenti di cosa questa scelta potrà significare negli anni a venire non mancano. All’origine dei moti di protesta delle cosiddette “Primavere arabe” di qualche anno fa ci fu soprattutto l’aumento del prezzo del grano e di altri cereali causato dalle contrattazioni borsistiche in un anno di scarsa produzione agricola. E che in futuro, a causa del surriscaldamento climatico, probabilmente dovremo fare i conti con il rischio siccità, la mancanza d’acqua e raccolti non all’altezza della richiesta globale, è ben più che un’ipotesi.

Così, concretamente, il rischio sarà quello di trovarsi a dover contrattare per poter accedere alle necessarie forniture idriche, con la seria probabilità di non potersele permettere.  “Non si può dare valore all’acqua come si fa con altre materie prime scambiate – ha dichiarato Pedro Arrojo-Agudo il relatore speciale dell’ONU sui diritti umani e l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici – l’acqua appartiene a tutti ed è un bene pubblico. È strettamente legato a tutte le nostre vite e ai mezzi di sussistenza ed è una componente essenziale per la salute pubblica”.

Giù le mani dalla nostra acqua. Già pesantemente minacciata da un’esplosione demografica globale oltre che dall’inquinamento prodotto dall’agricoltura intensiva e dall’industria mineraria, ora sta per essere sacrificata sull’altare del capitalismo, presto in balia di speculatori e banche pronte a scommettere sul suo prezzo pur di trarne profitto. L’acqua sarà anche una risorsa vitale per l’economia, non è un segreto, ma quotarla in borsa significa non volerne riconoscere il vero valore, quello che ne fa un di diritto uguale per tutti. Lo stesso diritto riconosciuto nel 2010 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite e dal Consiglio per i diritti umani.

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