Terrorismo in salsa ticinese

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“Ma come parlano” è il titolo di un articolo di prima pagina su La Regione Ticino, a firma di Roberto Antonini. Il giornalista, affronta con chirurgica lucidità il problema della comunicazione governativa che, a nostro parere, è anche un problema di pensiero.

Lo fa soprattutto in relazione alla conferenza stampa che ha regalato alle nostre cronache la prima “terrorista” tutta il salsa ticinese. Scrive Antonini: “…più di tutti ci ha provato martedì scorso la collega del telegiornale nell’encomiabile e tutto sommato disperato tentativo di vederci chiaro al termine della conferenza stampa sul fatto di sangue avvenuto poco prima in un grande magazzino di Lugano. Terrorismo, sì, no? Indizi, cosa si sa?

La risposta del comandante della polizia cantonale potrebbe entrare negli annali della scrittura automatica, quella in cui il soggetto, spesso in stato di ipnosi, si esprime con parole e frasi che non provengono dal suo stato cosciente.”

Insomma, un pasticcio, dietro il quale noi non leggiamo solo approssimazione, ma anche una foga, indotta probabilmente da Norman Gobbi, che ha imposto una tabella di marcia mediatica per cui il comandante della polizia non era pronto. Una conferenza stampa, per poter sventolare la nostra prima terrorista islamica, quando in realtà si sapeva poco o nulla della donna che aveva commesso l’atto. Prosegue Antonini, dando voce anche ai nostri dubbi: “…Approssimazione e fretta nella comunicazione incrinano la fiducia e non facilitano al coesione sociale, più che mai indispensabile in questi frangenti: la feroce impazienza dei social non aspetta altro per portare avanti a colpi di pregiudizi affermazioni, idee, conclusioni precotte e riscaldate …”

Antonini si riferisce anche alle conferenze stampa della sanità, ma il concetto si sposa perfettamente alla conferenza stampa della presunta jihadista, dove abbiamo visto immediato lo sciacallaggio di chi sperava di trovarci un tornaconto politico (leggi qui sotto).


È proprio difficile non vedere, in questa conferenza stampa, inutile e raffazzonata, l’entusiasmo di un novello capitano Achab quando scorge Moby Dick la balena bianca, per poter dire: “anche noi finalmente siamo finiti nella spirale del terrorismo islamico!” e raccogliere in consensi e odio tutto quel che ne consegue. Conclude il suo pezzo Antonini: “ (…) Per quale ragione ad esempio, si è voluta indire in fretta e furia una bislacca conferenza stampa presente la direttrice dell’Ufficio federale di polizia per aggiungere in sostanza solo una buona dose di confusione agli interrogativi che potevano essere affrontati con maggior accuratezza qualche ora più tardi?”

Proprio per il motivo di cui abbiamo parlato sopra. Per mero tornaconto politico di una parte del Paese, che ha tutto l’interesse a fomentare l’odio interreligioso dove una guerra vera non c’è, perché è frutto di frange estremiste, sia da una parte che dall’altra.

Noi intanto, a una settimana dai fatti, stiamo ancora cercando di capire se l’accoltellatrice era solo una povera malata psichica o una pedina della jihad internazionale, con dietro di sé reti e cellule terroristiche, cosa che peraltro dubitiamo.

Senza fretta attendiamo, con quasi la certezza che il caso di terrorismo internazionale di casa nostra, si ridurrà a poca cosa, con buona pace di Gobbi, Quadri, Chiesa e di tutti coloro che ci si sono gettati sopra come lupi affamati su un cervo ferito.

E stendiamo un velo pietoso sui giornalisti che si sono fiondati subito dopo sotto casa della famiglia della donna facendo domande inopportune e crudeli.

Sia chiaro, qui nessuno difende gli estremisti islamici, ma nemmeno ci si inventa terroristi a due ore dai fatti dove c’è probabilmente solo un forte disagio mentale, mascherato per opportunismo e travestito ad hoc da attentato jihadista.

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