100 anni fa nasceva Leonardo Sciascia

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Nato giusto 100 anni fa, Leonardo Sciascia riesce ancora a ipotizzare le persone che desiderano comprendere perché le lancette dell’orologio decidano di girare spesso all’incontrario: ” Il popolo, la democrazia sono belle invenzioni cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità”.

Di Sciascia, ancora oggi e certo più di ieri, adoro la indomabile curiosità e la sottigliezza investigativa messe al servizio di un personalissimo stile nella narrazione: queste peculiarità rappresentano lo strumento più efficace nello scabroso viaggio attraverso le cento problematiche del sottosviluppo meridionale, figlio anche delle endemiche deficienze di una Sicilia avvolta nel bozzolo della mafia, bestia grama, tentacolare e strisciante, paladina di una primitiva eppure sempre aggiornata brutalità che certifica perenni egregi attivi nel libro mastro del malaffare.

La lettura, o l’eventuale rilettura, dell’incalzante romanzo “Il giorno della civetta” è fortemente consigliata a tutte le persone che amano giustizia, nella chiara consapevolezza  che la probità non la trovi sullo zerbino di casa ma soltanto sul campo di battaglia.

La struttura del racconto trova impalcatura nel genere del giallo poliziesco, pervaso  da una grevissima atmosfera di onnipotenza espressa dalla operosità e dalla omertà mafiosa, ineluttabilmente capaci di incarnarsi nella macchina degli apparati dello Stato, quasi diventandone un terzo braccio, sempre pronto a stritolare il cittadino applicando le modalità della intromissione con annessa polverizzazione.   

Ne “Il giorno della civetta”, l’ipnotico uccello della notte è l’emblema della congiura, della morte e del delitto.

Ma Sciascia culla la speranza del momento riparatore: quando la mafia canterà, forse qualche tassello si scollerà dalla stratificazione delle cupe connivenze, dei plateali favoreggiamenti, delle inesauste correità e degli esemplari ammazzamenti.

Forse qualche “pentito” di mammasantissima aprirà il becco per sputare una manciata di verità irriferibili.

Quando le ombre dei boss collidono con la sagoma del padrino, quasi pregiudicandone la cosmica astratta identità, si attizza lo scompiglio negli ambienti della politica romana, sino al punto  di suggerire sciagurate ma chiarificatrici parole.

Un sottomesso sottosegretario, nel cimento del dibattito parlamentare, esprimerà con ineffabile chiarezza  che la mafia non esiste “Se non nella fantasia dei socialcomunisti”.

Sciascia lascia intravvedere qualche spiraglio, lontano ma non irraggiungibile, della bellezza dell’assioma del vero, opposto alla bruttezza dei soprusi,, delle mistificazioni, dei depistaggi ,delle testimonianze adulterate e delle fetentissime falsità.

L’intrepido capitano Bellodi, ex partigiano, dopo una forzata pausa dovuta a una malattia, decide fortissimamente di immergersi nuovamente nell’ oscuro labirinto delle indagini, con inossidabile civica perseveranza.

Il libro si chiude con un reiterato presentimento di tamponamenti ambigui: ” Mi ci romperò la testa”.

Di Sciascia, una moltitudine di altri scritti resterebbero da consultare, da interpretare, da estrapolare e da metabolizzare.

Chiudo con una frase di rara esuberanza cerebrale: “Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo mentre la democrazia lascia che ognuno se l’appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna“.

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