Assange non verrà estradato negli Usa

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La giustizia britannica ha deciso oggi di respingere l’istanza d’espatrio chiesta dagli Stati Uniti per il fondatore di WikiLeaks. Una vittoria agrodolce per la libertà di stampa, di espressione e per tutto il mondo dei media.

“Stabilisco che un’eventuale estradizione sarebbe troppo oppressiva per ragioni di salute mentale, tanto da portare al rischio di suicidio per l’imputato. Per questa ragione, decreto il suo rilascio”, ha affermato la giudice Vanessa Baraister, decidendo così di respingere la richiesta posta dagli Usa nei confronti di Julian Assange.

Da dieci anni il giornalista australiano, creatore di WikiLeaks, è ricercato dalle autorità d’Oltreoceano per aver divulgato file e documenti inerenti a crimini di guerra, perpetrati dagli statunitensi in Afghanistan e Iraq, ai danni della popolazione civile. 

Per “la parte lesa”, ovvero la superpotenza mamma America, quello fatto da Assange sarebbe spionaggio e pirateria e, se venisse processato sul suolo americano, dovrebbe rispondere di ben 18 capi d’accusa (17 in base al Espionage Act e uno riguardo il Computer Fraud and Abuse Ace. Fra l’altro Assange è il primo editore ad essere accusato ai sensi del Espionage Act), nel caso venisse giudicato colpevole, sconterebbe una condanna di 175 anni.

La Baraister, durante la lettura della decisione, ha affermato di essere convinta della “buona fede” degli inquirenti statunitensi e ha respinto le contestazioni della difesa, che già prevedevano un processo iniquo Oltreoceano. Ma, allo stesso tempo, ha negato l’estradizione, definendo insufficienti le garanzie date da Washington a tutela del giornalista e di un suo possibile tentativo di suicidio. 

Per ora Assange rimane ancora in custodia, in attesa di una cauzione e una possibile scarcerazione  già nelle prossime ore, in modo da aspettare l’esito dei possibili ricorsi da libero cittadino.

Il caso Assange mette a nudo un “processo politicamente motivato”

A poche ore dalla sentenza non tardano ad arrivare le prime dichiarazioni. Voce capolinea quella del direttore di Amnesty International per l’Europa, Nils Muižnieks che, in una nota stampa, ha dichiarato: “Accogliamo con favore il fatto che Julian Assange non sarà estradato verso gli Stati Uniti e che la corte ha riconosciuto che, viste le preoccupazioni per la sua salute, sarebbe a rischio di maltrattamenti se inserito nel sistema carcerario statunitense. Le accuse contro di lui, però, non avrebbero mai dovuto essere formalizzate. Queste sono motivate politicamente e il governo britannico non avrebbe mai dovuto essere così disponibile nell’assistere gli Stati Uniti nella loro implacabile caccia ad Assange”.

In effetti, il direttore Muižnieks non ha tutti i torti. Un giornalista o qualsivoglia professionista del settore, come anche il semplice cittadino ha il diritto – e dovere, aggiunge la sottoscritta – di poter pubblicare tali informazioni, soprattutto quando esse sono la dimostrazione che un governo sta privando, schiacciando o violentando i diritti del proprio popolo oppure quello di terzi. 

Questo sta alla base della libertà di cui disponiamo e a cui rispondiamo noi come media e del diritto del pubblico all’informazione. La pubblicazione di dati, documenti e fatti di interesse pubblico è protetta dalla legge internazionale sui diritti umani e nessuno Stato, piccolo o grande che sia, può calpestare questi diritti e libertà solo perché questi non gli fanno più comodo.

Nils Muižnieks, continuando il suo discorso è lapidario, e non fa sconti a nessuno: “Il fatto che la sentenza sia corretta e salvi Assange dall’estradizione non esonera il Regno Unito dall’aver intrapreso questo processo politicamente motivato per volere degli Stati Uniti, e dall’aver messo sotto processo la libertà dei media e la libertà di espressione. Un fatto che ha creato un terribile precedente nel quale i governi degli Stati Uniti e britannico sono complici”.

Quel mancato precedente che salva un’intera categoria

All’apertura di questo articolo si è parlato di una vittoria agrodolce, questo perché non si sarebbe mai dovuti arrivare a questo. 

Con la scusa ridicola dello spionaggio e della pirateria digitale si è cercato di tappare la bocca a un giornalista che stava svolgendo quello che ogni professionista dei media è chiamato a fare: denunciare un’ingiustizia; in questo caso l’uccisione di civili, la cui unica colpa era quella di vivere dalla parte sbagliata di mondo.

Del senso di giustizia degli Usa, e di come essa – delle volte – giri a seconda di come fischi il vento e del capo di governo in quel momento, ne avevamo già parlato giusto qualche settimana fa (leggi sotto). 

Gli Stati Uniti, a differenza di altri governi che hanno deciso eliminare il giornalista, come il caso della Russia con Anna Politkovskaja o dell’Arabia Saudita con Jamal Khashoggi, hanno deciso invece di percorrere la via dell’annientamento “burocratico”, tramite processo.

Un processo che, se accolto, avrebbe creato un precedente talmente forte da mettere in ginocchio e sotto udienza l’intero mondo giornalistico. 

Ma così, per fortuna, non è stato e ora, grazie a questa mancata estradizione, viene sancito e ribadito – forte è chiaro – la nostra libertà, di fronte alla legge, di poter dire, denunciare, svelare, accusare. 

Per il futuro e destino di Assange nulla però è sicuro. Il rischio che venga messo a tacere per sempre è alto. L’ultima spiaggia in quello che è, a tutti gli effetti, un disperato tentativo da parte delle autorità di “colpirne uno per educarne cento” è un’ipotesi concreta.

Io ribalterei la frase però. Colpirne uno non ne fa tacere cento. Colpirne uno non fa altro che santificare un martire e creare altri cento seguaci.

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