Chi si fila più la merla?

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Beata, meritoria e mattocca. Merla che irrompe negli ultimi tre giorni di gennaio, una volta così freddi e glaciali da spaccare il didietro ai passeri, come si usava dire giusto per spaziare in un propedeutico riepilogo ornitologico. 

Questo trittico di pungente inverno era in genere consacrato agli innocenti scherzi affidati ai pizzini: tocchetti  asimmetrici e patetici di foglio di quaderno, meglio se quadrettato, clandestinamente appiccicati sulle inconsapevoli schiene dei compagni di banco, del bidello, di qualche tollerante maestra.

Sui lacerti di carta, gli estri dei vari artisti dello spasso partorivano (solitamente manifestando impegno e tensione creativa, con la lingua di fuori) autentici capolavori da appendere, con mano lieve alla Arsenio Lupin, sulle spalle della vittima di turno.

Il risultato finale produceva in genere un terzo di verosimili merli, un terzo di devianti e rapaci condor e un terzo di aborti che esprimevano un incrocio fra un ramarro da sgarro e uno pterodattilo malmesso.

Sotto lo sgorbio si era soliti scrivere, con uno stampatello ostrogoto, “Viva la Merla”:  una didascalia a volte assolutamente utile per distinguere la natura e la collocazione temporale della burla, soprattutto per evitare che si rischiasse di confluire in un remoto altrove, dove già il pesce d’aprile scalpitava.

Ammesso che i pesci d’aprile scalpitino, per compensare i loro reiterati irritanti sul calendario delle lepidezze.

Erano i giorni della pifferaggine naif, del bambinesco diletto, dell’ ingenuo sollazzo  e del trastullo veramente libero da implicazioni freudiane.

Oggi chi si fila più la Merla?

È una tradizione fuori moda, arcaica, vecchia come il cucco (o come il cuculo?), da tempo sulla via di una estinzione di cui, fra non molto, farà forse cenno qualche antologia antidiluviana o qualche vetusto zibaldone.

Eppure certi appuntamenti, moribondi e in odore di estrema unzione, rappresentano una forza gigantesca, segreta e funzionale: troppo spesso pensiamo che azzerare gli ingranaggi degli antichi equilibri sia una buona cosa.

“L’uomo felice non aveva camicia”, così ci insegnava una favola che nel passato si trovava sulla bocca dei genitori e sulle pagine degli abbecedari.

E allora centelliniamo questi ultimi tre giorni del primo mese dell’anno e dedichiamoli, almeno per cinque di minuti, alla favola del merlo che, credendo di essere già fuori dal freddo disse: “Più non ti curo Domine, che uscito son dal verno”.

Così scrive il padre Dante, nel tredicesimo libro del Purgatorio.

Il merlo fu allora punito per la esorbitante superbia: il mese di gennaio, che aveva 28 giorni, se ne fece prestare tre da febbraio e scatenò le gelate che lo rendono agghiacciante fra la combriccola dei dodici.

Per chiudere dottamente e maccheronicamente: nella Vita Nova pare sia stato soppresso un capoverso dove Dante infilzava una Merla nera nera, sulla morbida bombata veste di monna Beatrice.

Nessuno può dire se il voltatile fosse di fattezze Guelfe o Ghibelline, anche se, a quanto si mormora, pare fosse una Merla opportunamente neutrale.

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