Cinquanta penne spezzate

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Morire in nome della libertà d’informazione. Nel 2020 è toccato a cinquanta giornalisti nel mondo, brutalmente uccisi mentre stavano svolgendo il proprio mestiere. E la maggior parte lavorava in Paesi non in conflitto.

“Al giorno d’oggi è semplice fare il giornalista. Basta che te ne stai dietro a una scrivania”. È sicuramente una di quelle frasi che ogni operatore dei media, almeno una volta nella sua vita, si sarà sentito dire. 

Sui social, tale – spiacevole – affermazione, circola sempre più frequentemente, insieme ad altri pregiudizi, ingiurie e minacce nei confronti di tutta la categoria.

Invito tutti coloro che la pensano così a dirlo anche a Julio Valdívia Rodríguez, giornalista messicano del quotidiano El Mundo de Veracruz, a cui hanno tagliato la testa. O a dirlo a Víctor Fernando Álvarez Chávez, collega di Rodríguez, tagliuzzato in mille pezzi nella città di Acapulco. Oppure al giornalista indiano Rakesh Singh Nirbhik, bruciato vivo. O ancora a Isravel Moses, corrispondente per una emittente televisiva indiana del Tamil Nadu, ucciso a colpi di machete. Ditelo a Ruollah Zam, reporter dissidente, impiccato dallo Stato iraniano, di cui ne avevamo parlato qualche settimana fa(leggi qui sotto).

E ditelo, se avete il coraggio, anche agli altri 45 giornalisti che, esattamente come Rodríguez, Chávez, Nirbhik, Moses e Zam, sono stati assassinati per il lavoro che stavano svolgendo.

Uccisi in tempo di pace

Il numero di professionisti morti in zone di guerra è diminuito, seguendo così la tendenza degli ultimi quattro anni; ad aumentare è invece la cifra delle vittime nei Paesi ritenuti “in pace”. Nel 2016 è il 58% dei giornalisti a perdere la vita nelle aree di conflitto contro il 32% di quest’anno. Gli Stati più a rischio si sono rivelati essere il Messico con 8 morti, l’India (4), il Pakistan (4), le Filippine (3) e l’Honduras (3) ma anche l’Iran e  l’Iraq.

Questo è quanto emerge dal rapporto annuale di Reporter senza frontiere (Rsf) che monitora lo stato di salute del giornalismo nel mondo. In dieci anni, il “bollettino di guerra” ha contato 937 vittime e a oggi, nel mondo ci sono ancora 387 giornalisti detenuti. Nel 2020 è cresciuto anche il numero di giornaliste arrestate, 35% in più rispetto all’anno prima. Nei primi quattro mesi dell’anno, il numero di reporter arrestati è cresciuto di quattro volte, anche a causa della copertura informativa della pandemia. 

Coprire le proteste è sempre più difficile

A fare ostruzionismo non sono solo organizzazioni criminali, ma anche lo Stato e gli stessi cittadini, che non vedono più di buon occhio il lavoro svolto dai media.

Molto più spesso per i giornalisti diventa difficile poter documentare una protesta, perché sorvegliati dalle autorità o respinti dagli stessi partecipanti. Come per il caso del Saverio Tommasi, reporter di fanpage.it, quasi linciato dalla folla di negazionisti del Covid, infastiditi dalle sue domande o, guardando in casa propria, quello che è successo a una giornalista de La Regione, colpita al naso da una manifestante durante le proteste dei Molinari a Lugano.

Gli sfortunati protagonisti delle due vicende se la sono cavata. Non si può dire lo stesso di dieci giornalisti, iracheni, nigeriani e colombiani, uccisi per far sì che non testimoniassero di fronte al mondo quello che stava accadendo nelle proteste. Le autorità hanno aperto il fuoco su di loro, mettendoli a tacere così per sempre.

Morire in nome della libertà d’informazione

Cinquanta giornalisti sono morti solo perché stavano facendo il loro lavoro: promuovere e difendere la libertà di parola e di informazione indipendente, la democrazia e la giustizia sociale.

Indagavano e combattevano contro corruzione, appropriazione indebita di fondi pubblici, mafia e criminalità organizzata, questioni ambientali. Davano voce ai più deboli, smascheravano gli intrighi dei potenti.

Per tutti quanti noi.

Di fronte a questo tributo di sangue, a queste penne spezzate, avete ancora il coraggio di dire che “Al giorno d’oggi è semplice fare il giornalista. Basta che te ne stai dietro una scrivania”?

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