Covid, politica e problemi di cervello

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Affidereste la vostra vita a un pilota d’aereo che assume psicofarmaci con tendenze suicide? Il segreto professionale del medico è un imperativo. Ma questo vale anche quando si parla di persone di potere? E quando questo potere può essere minato dalla malattia? 

La riservatezza nei confronti dei cosiddetti “dati sensibili”, e in particolare quelli che riguardano la salute del cittadino, è uno dei principi ai quali il medico si deve sempre attenere, anche nel rispetto del codice deontologico della FMH recita: “Il segreto professionale è di rigore secondo le norme stabilite dalla legge. Il segreto professionale obbliga il medico a mantenere il silenzio su tutto ciò che, nell’esercizio della sua professione, gli viene confidato o viene a sapere in qualsiasi altro modo.”

D’altra parte: “Il medico può rifiutare, limitare o sospendere questi diritti del paziente nella misura in cui prevalgano interessi propri o di terzi“.

Diventa un problema quando si parla di uomini e donne di potere, politici e capi di governo chiamati ad analisi e decisioni che influenzano la vita di una intera comunità nazionale.

Molti regimi e diverse culture tendono a nascondere i problemi di salute di chi riveste importanti cariche istituzionali.  

Oggi è noto come Hitler avesse bisogno di assumere droghe pesanti nell’arco della giornata: eccitanti come le metanfetamine per reggere lo stress dei discorsi pubblici, barbiturici e ansiolitici per superare le paranoie, e oppioidi per riposare.

Adeguatamente protetto da fuga di informazioni, il dittatore spagnolo Francisco Franco subì attacchi di cuore, interventi chirurgici e un vero e proprio accanimento terapeutico, finalizzato prolungarne la vita ed evitare una crisi di governo con l’ingresso di esponenti non allineati con il regime. Stessa vittima di accanimento fu Tito, tenuto in vita per tentare di tenere assieme la Yugoslavia prossima alla disgregazione.

Al Cremlino, Andropov passò attraverso la dialisi, mentre Breznev soffriva di cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa, ebbe un cancro alla bocca, e (soprattutto) era considerato un alcolizzato.

Non sono stati da meno diversi presidenti degli Stati Uniti, colpiti da malattie che possono compromettere prestazioni e capacità di giudizio, presidenti caricati di un enorme potere. Il commander in chief che può scatenare un conflitto globale. Thomas Woodrow Wilson venne colpito da ictus che comprometteva le sue funzioni cognitive, Franklin D. Roosevelt da paralisi, Dwight Eisenhower da ictus con afasia motoria. Più di recente, John F. Kennedy si reggeva assumendo corticosteroidi, analgesici narcotici e anfetamine per curare la malattia di Addison (insufficienza surrenalica), dolori alla colonna vertebrale e la fatica. A Ronald Reagan venne diagnosticata la malattia di Alzheimer dopo la sua presidenza, ma i primi deficit cognitivi si manifestarono mentre era ancora nei suoi uffici.

Questi importantissimi risvolti della vita privata dell’uomo pubblico sono stati trattati molto bene in un recente articolo apparso sulla prestigiosissima rivista di medicina JAMA (Journal of American Medical Association), così intitolato: Presidents’ Health and Medical Confidentiality (Salute del Presidente e Riservatezza medica). L’autore, Robert Klitzman della Columbia University di New York, prende spunto dalle recenti elezioni che porteranno Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti, all’età di 78 anni. E in maniera molto diretta affronta il dilemma tra tutela della confidenzialità e pubblico interesse, qualora nell’arco della sua presidenza, dovesse presentare problemi di salute. Per ora Biden si è solo rotto un piede giocando con il pastore tedesco Major.

Addirittura, lo stesso autore, alludendo alle recente malattia di Donald Trump, ricorda come il Covid-19 causa considerevoli problemi neurologici, alterazioni cognitive, e in alcuni casi problemi psichiatrici. 

Riporta uno studio su 509 pazienti ospedalizzati, dove l’82% sviluppa sintomi neurologici. In un altro studio su 292 pazienti con Covid-19, il 47% di quelli sopra i 50 anni non ritorna al precedente stato di salute prima di due o tre settimane, mentre il 20%, indipendentemente dall’età, lamenta uno stato confusionale anche dopo 2-3 settimane dal termine della infezione. The Donald ha certamente più di 50 anni, e ha ripreso in mano il Paese molto, molto precocemente. E sempre a proposito dello stesso personaggio, la questione della riservatezza riguarda anche la positività dei suoi tamponi al Covid, ovvero per quanto tempo ha fatto campagna elettorale con tamponi già positivi e senza mascherina, prima di sviluppare la polmonite che lo ha portato al brevissimo ricovero.

I medici di Trump sostengono che non è lecito rilasciare informazioni sullo stato di salute del presidente. Ma la tensione etica – ethical tension – emerge, poiché in democrazia la trasparenza è un elemento di governo cruciale. E un sistema pragmatico come quello statunitense arriva a richiedere nuove linee guida per assicurare l’idoneità del presidente al comando, magari attraverso una commissione medica che possa annualmente valutarne lo stato di salute. 

Interessante. D’altra parte tutti noi vorremmo sapere se il pilota che prende i comandi del nostro volo è un alcolizzato, assume psicofarmaci, o ha una depressione con tendenze suicide.

Dr med. Giulio Minoja

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