Dal Superbowl al Campidoglio

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Andiamo a prenderci una birra e poi torniamo!”. Proprio così. Questa precisa frase l’ho sentita gridare a uno di quei manifestanti che s’erano appena fatti un bel giro turistico per il Campidoglio, insieme a quel Jake Angeli conosciuto come lo “sciamano” di QAnon, la celeberrima teoria del complotto dell’estrema destra americana, che vede un gruppo di pedofili ai vertici del Partito Democratico, pedofili invischiati in loschi traffici sessuali ai quali Trump starebbe eroicamente cercando di mettere un freno.

Quello stesso Jake Angeli che, al Campidoglio, c’è entrato sventolando la bandiera americana e indossando un copricapo con un paio di corna. L’uomo bisonte che ha guidato l’attacco condotto dai sostenitori di Donald Trump, immortalato in molte delle immagini simbolo dei fatti accaduti il giorno della Befana a Washington. Compreso il momento in cui Jake, giunto nell’aula del Senato, si accomoda sullo scranno del vicepresidente Mike Pence e lo fa esultando come se avesse vinto la lotteria di Capodanno.

Peccato solo che quello appena visitato, senza peraltro aver pagato il biglietto d’ingresso, né essere stati invitati, non è esattamente lo stadio del Superbowl, ma il tempio della democrazia americana, tanto sacra quanto può esserlo la basilica di San Pietro per chi crede in Dio. Ma ormai, in un’epoca in cui anche la sacralità delle istituzioni è stata gettata alle ortiche, non c’è più istituzione che tenga. Tutto si mescola e si confonde in un unico grande calderone in cui bolle di tutto. Sacro e profano. Menzogna e verità. Follia e ragione.

Eppure, malgrado l’impressione sia quella di trovarsi di fronte a un pittoresco gruppo di zotici, di fanatici senz’arte né parte, al termine dell’assalto non c’erano solo gli assetati desiderosi di farsi una birra prima di tornare all’attacco delle istituzioni. Alla fine dello show in diretta televisiva si contavano pure quattro morti, tra cui c’era la donna colpita durante i disordini da uno sparo di pistola di un agente all’interno del Campidoglio. Ovviamente, è stata notata anche la disparità di trattamento riservato dalla polizia ai sostenitori di Trump e l’aggressività dimostrata invece contro i manifestanti di Black Lives Matter. 

In molte città, Washington compresa, perfino durante le manifestazioni pacifiche, gli attivisti sono sempre stati affrontati da agenti equipaggiati di tutto punto. Pronti alla guerra con la gente comune. Poi invece di fronte al popolo bue che assalta la culla della democrazia e, di fatto, cerca di mette a segno un golpe per conto del presidente uscente che da mesi vede scheletri ovunque, ecco che puff… manganelli, idranti, proiettili di gomma e gas lacrimogeni spariscono come per magia. A riprova del fatto che esistono davvero due Americhe. Due anime da tempo in guerra.

Così come non condividere le parole amare di Attica Scott, deputata di colore del Kentucky, arrestata mentre protestava per rivendicare i diritti civili delle minoranze, a partire da quella afroamericana: “Se sei nero puoi essere arrestato anche soltanto perché cammini. Ma se sei bianco puoi fare una sommossa, assaltare il parlamento e farla franca”. Insomma, anche questa è l’America. La terra delle libertà e delle opportunità. Delle disparità sociali ma anche degli uomini più ricchi del Pianeta. Della birra, del Superbowl e delle armi vendute come caramelle.

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