Dentro Joe, fuori Donald

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Oggi Joe Biden ha giurato fedeltà alla Costituzione degli Stati Uniti. Che piaccia o no, che crei entusiasmi o no, sleepy Joe ha un grande pregio, permetterci di voltare pagina e di scopare fuori dall’uscio il luridume creato in quattro anni da Donald Trump.

Un pubblico sparuto e munito regolarmente di mascherine, osserva il nuovo presidente fare il suo discorso. Biden invoca ovviamente unità, dignità e ottimismo. Vedere Biden, così pacato e decoroso, fa stridere ancora più la differenza con il vecchio leader Donald Trump. Biden parla di valori come rispetto e decenza, che sono stati calpestati come non mai negli anni appena trascorsi.

È Garth Brooks, cantante country, a sottolineare con la sua voce, sulle note di Amazing Grace, un cambiamento all’insegna della quiete e della riflessione, riflessione su un paese lacerato e esausto, che dispera di poter riemergere dalla palude in cui l’hanno gettato quattro anni di trumpismo.

Trump lascia in tavola un piatto di veleni: lotta agli immigrati con la separazione di bambini e genitori, asservimento totale alla lobby dei combustibili fossili e delle armi, tensioni razziali alle stelle, benevolenza vergognosa verso i movimenti di estrema destra. Tutto questo con una narrazione dei fatti “alternativa”, che ha messo in ginocchio gli Usa e creato non poco danno al resto del mondo. Una narrazione divisiva, basata sulla bugia sistematica, sull’aggressione continua, sullo smantellamento sistematico dei diritti di donne e minoranze.

Questi sono fatti, non partigiane elucubrazioni.

Joe Biden, ha dalla sua che può solo far risalire gli Usa dal barile di cui si stava grattando il fondo. L’inaugurazione di fronte alla distesa del National Mall, ha del surreale. Washington è blindata da 30’000 militari, rendendola più militarizzata di Palermo durante le guerre di mafia. Uno spiegamento di forze proporzionale all’idiozia dolosa con cui l’ex presidente, che oggi sembra uscito da un romanzo di fantapolitica, ha sobillato i suoi seguaci per sovvertire la democrazia. Biden è diretto e parla del malessere che attraversa l’America, e parla di confronto tra il razzismo e il suprematismo e gli ideali etici, definisce senza giri di parole il terrorismo domestico ed isola i teppisti come quelli che hanno assaltato il Campidoglio.

Biden chiama gli americani a ricucire lo strappo da quella che lui chiama “guerra incivile”, richiamandosi al conflitto del 1860 che fece scorrere fiumi di sangue.

Il messaggio di Biden è anche rivolto all’estero: rassicura i vecchi alleati garantendo una leadership equilibrata ed “etica”.

Il timore di attentati rende l’atmosfera della Capitale tesa e greve. Joe Biden ha oggettivamente un gran fegato. Rilevare il cimiciaio che gli ha lasciato Trump, richiede un coraggio non comune, sapendo poi che Trump ha già in mente di fondare un suo partito e se pensiamo al pattume che raccoglieva prima tra le frange peggiori della società usa non c’è da stare allegri.

Biden dovrà ricucire i rapporti internazionali strappati con arroganza suicida dal suo predecessore, dimostrare alle minoranze che il cambiamento non sono solo chiacchiere, risollevare un’America con un tasso di disoccupazione che, a causa del Covid è del 6,8%, combattere una pandemia per cui fino ad oggi non è stato fatto granché e che ha ormai provocato più di 400’000 morti nel suo Paese. A Biden toccherà fare quello che è toccato a numerosi presidenti democratici, che hanno dovuto riparare ai danni di precedenti amministrazioni repubblicane e liberiste. Ironia della sorte, le statistiche dicono che negli Usa sotto una guida democratica, l’economia del paese va sensibilmente meglio rispetto a quella repubblicana.

A chi dice che non cambia niente, ai nichilisti, agli sfiduciati a oltranza, ricordiamo che tra le primissime azioni del nuovo presidente c’è un allentamento della pressione sugli immigrati, un progetto di naturalizzazione per i clandestini residenti che coinvolge quasi 11 milioni di persone e un processo di naturalizzazione agevolato per i dreamers*, l’adesione al protocollo di Parigi, la ripresa dei dialoghi con l’Iran per il programma nucleare, l’eliminazione del ban di entrata per alcuni paesi musulmani, il blocco della controversa Keystone XL pipeline, già bloccata da Obama e poi riavviata da Trump.

All’inaugurazione, il pessimo e triste perdente Donald Trump non c’è (non accadeva dall’800), e d’altronde probabilmente nessuno vorrebbe nemmeno averlo tra i piedi. Anche in Europa siamo in tanti a tirare un sospiro di sollievo genuino, nel vedere cadere tra il fango la rossa stella malata di Donald Trump. Un sondaggio di poco tempo fa fatto dal Pew Research Center**, rilevava che un Europeo occidentale su quattro non aveva fiducia in Donald Trump. Una percentuale che nel confinante Messico arrivava, comprensibilmente quasi al 90%.

E dopo i fatti del Campidoglio del 6 gennaio, il suo gradimento negli stessi Usa, è crollato al 29%, mai Donald Trump è scivolato così in basso nei sondaggi.

Ora tocca a Biden, che vuole governare in nome della “verità, intesa come contrapposizione a qiuattro anni di menzogne istituzionalizzate”.

Sotto la scalinata del Campidoglio, ancora ferito nella sua anima di marmo bianca, sventolano duecentomila bandiere. Una selva di stelle e strisce, che sembrano sottolineare nel vento le parole del leader.

Gli Stati Uniti oggi provano a voltare pagina, con un altro presidente irlandese e cattolico, come Kennedy, un’eredità pesante ma un a similitudine che speriamo gli porti bene. In fondo gli States non hanno bisogno di tornare ad essere i gendarmi del mondo, ma solo di trovare un po’ di pace.


*Giovani entrati negli Usa clandestinamente da giovani e che hanno vissuto negli stati uniti buona parte della loro vita.

**Il Pew Research Center è un think tank statunitense con sede a Washington che fornisce informazioni su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici sugli Stati Uniti ed il mondo in generale

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