Donald e il riscaldamento: balle!

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Non era ancora presidente degli Stati Uniti eppure la sua maniacale  twittante attitudine già gli suggeriva maestose frasi schizofreniche e dissennate, tipo: “Bisogna smetterla con questa costosissima cagata del riscaldamento globale”. 

D’altro canto cosa è mai la cura dell”ambiente di un pianeta davanti alle pulsioni di un lievitante abbiente che ama postare sui social riflessioni di profondo contenuto etico tip: “Le persone ricche sono ricche perché risolvono i problemi che le ostacolano”.

Spigolare nella infinità sfinente delle perle Trumpiane produce alla fine un fortissimo tremore morale, reiteratamente provocato dalla grandinata di contropensieri escogitati da un soggetto con presumibili impulsi dissociativi probabilmente privi di criterio e di ragione. Parlarne ora, quando il tramonto sta calando sul regno del Biondo Ciuffo che ha sfidato per quattro anni le sacre regole gravitazionali della acconciatura e della democrazia, può apparire un puro esercizio sterile, inutile, tardivo e forse retorico. Eppure consultare la poderosa raccolta di astruse idee, di rotolanti elucubrazioni e di pencolanti assiomi risulta una operazione propedeutica e di utilità sociale, adatta a restituirci il bene inestimabile della giusta misura.

Cominciamo dallo sconcerto di una affermazione ammazza mondo: “A New York nevica e si gela, noi abbiamo bisogno del riscaldamento globale!” e a seguire, non saprei dire se ancora più efficace e penetrante, dalla geniale riflessione: “Quindi mi state dicendo che se prendo della lacca e la spruzzo nel mio appartamento, che è sigillato, ha impatto sullo strato di ozono?Io dico che non è possibile, gente. Non è possibile”.

Questo ultima pepita è stata estratta dal filone aurifero del 2016 ma già nel 2012 , in tempi non sospetti eppure sospettabili, Donald The Donald si era già espresso come uno schiacciasassi in piena fase operativa: “Il concetto di riscaldamento globale è stato cercato da e per i cinesi per far sì che la produzione degli Stati Uniti non sia competitiva”. Elementare Watson. Ma che cavolo se la tira questo Watson quando Qualcuno arriva a sottolineare che “l‘America ha bisogno di un presidente con una straordinaria intelligenza, furbizia, astuzia, forza e resistenza”? Una delle affermazioni più emblematiche, un tantino autoreferenziale a ben pesarla.

Ma forse oscurata dal quasi postulato: “Penso che il grande problema di questo Paese sia il dover essere politicamente corretto.” Tornando a bomba sul tema, piccino picciò, della salvezza della nostra beneamata Terra con prepotenza emerge una annotazione strappa consensi: “Le calotte polari sono alle massime altezze di tutti i tempi , la popolazione di orsi polari più forte che mai!” . Evviva la proliferazione degli orsi polari, assai più popolari di tutti quei malefici impostori che straparlano di riscaldamento globale “per giustificare l’aumento delle tasse per salvare il nostro pianeta”.

Donald Trump ha trovato le energie per omologare l’accordo di Parigi come “una delle cose più stupide che abbia mai sentito nella storia della politica“, rincarando la dose con una marchiante appendice “è un accordo che azzoppa gli Stati Uniti e favorisce altri Paesi”. Rottamando sgarbatamente le misure adottate da Obama, ha proclamato di voler sopprimere il Clean Power Plan, volto a ridurre le cascate delle emanazioni di gas serra, irritato forse da una facezia sbucata dalla bocca di un suo lontano predecessore, Franklin Delano Roosevelt: “La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge se stessa”.

La catena degli interventi frenastenici costituisce, nel giro di alcuni anni, una sequela di provocazioni che trovano la sublimazione nell’ irridente sarcasmo  nei confronti di Greta Thunberg, nell’occasione del summit ONU sul clima: “Una giovane ragazza molto felice in attesa di un futuro luminoso e meraviglioso”. Un vero interprete della ironia all’incontrario, un maramaldo del buon tono rintronato. Al presidente uscente che si ostina a plagiare, pigiando i tasti alla carlona per scrivere: “Il nostro pianeta sta congelandosi, temperature basse record, coi nostri scienziati profeti di sventure intrappolati nel ghiaccio” , vorrei regalare, giusto per fargli un dispettuccio, una stupenda salvifica suggestione scaturita dalla penna del grande Ermanno Olmi : “Potrei sopravvivere alla scomparsa di tutte le cattedrali del mondo, non potrei mai sopravvivere alla scomparsa del bosco  che vedo ogni mattina dalla mia finestra“.

Spero che Donald non scambi questa suggestione per una fastidiosa indigestione di antieconomico e improduttivo romanticismo.   

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