Dov’è il vostro “walter ego”?

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Ritengo pacchiano e patetico che qualche falso e presuntuoso sapiente faccia quotidiano ricorso alle mille espressioni latine, ancora in onorata circolazione, spesso deturpandole con l’intendimento di impressionare l’interlocutore, mettendolo all’angolo del ring di una presunta inferiorità culturale.

Conosco, non saprei dire se per casuale sventura o per inefficienza di buone congiunzioni astrali, un certo numero di taroccati eruditi, eminenti frutti dell’albero della conoscenza spennacchiata.

Mi limiterò a proporre un minimo campionario di svarioni, dedicandoli comunque al Divino Cesare autore, fra l’altro, di un “De Bello Fallico” dove le legioni si divertivano di brutto, deposto il gladio per tuffarsi nel sensuale gaudio.

Povero Cesare, fra l’altro reiteratamente pugnalato restando comunque, sino alla fine, “Ducis in fundo”: un condottiero, un duce in fondo, non necessita del conforto di alcun dessert.

Bello ma inquietante riluce un “Privus inter pares”, primo fra uguali per indiscusso prestigio, nonostante il lecito dubbio: ma come sarà poi messo con l’arredo degli organi riproduttivi?

Intrigante e fantasioso, oltre ogni dire, il colpo basso della “Errata coccige”: correggi le cose errate, mi raccomando.

Ritraducendo: il fondoschiena del signor X era di fatto il fondoschiena della signora Y. Sistemato il refuso, mettiamoci tutti a sedere.

Malinconico e struggente  quel “Verba votant”, dove le parole non volano come dovrebbero: il decollo risulta in forte ritardo se ancora non sei andato al seggio a votare.

Devastante e senza serto di alloro si presenta “Honoris pausa”, a titolo di disonore: il riconoscimento verrà attribuito dopo aver gigionato, per un buon quarto d’ora, davanti alla macchinetta del caffè.

Se la pausa è sacra, la causa è esausta.

Ambiguo e fuorviante sbuca dal cilindro un “Deus ex macina”, espressione depistata e infarinata dentro il frastuono di un mulino a vento, dove un mugnaio sventato impigna i sacchi alla carlona.

Intanto compare la divinità, imbragata in un apposito meccanismo calato dall’alto: e scaglia un paio di saette sulle chiappe delle schiappe del latinorum.

Da ansia ancestrale nasce un anomalo “Bubi maior minor cessat”: ma che vuole questo sedicente Bubi, magari un play boy da strapazzo, tegola sulla regola che dove sbuca uno più grande, il meno valente dovrebbe ritirarsi?

Qui mi fermerei, sperando di non avere annoiato chi avesse avuto la pazienza di scorrere queste righe.

“Carpe diem” sono le parole iniziali di un famosissimo verso di Orazio. 

Una accorata esortazione a vivere fino in fondo e con letizia l’attimo che fugge.

A proposito, Orazio detestava il gemello Strazio, autore di un deplorevole “Trote noctem”.

A pesca, in genere, è opportuno andare con chi l’esca sa infilare magistralmente sull’amo: fischiettando il refrain di “Larva sed apta mihi”, giusto per non perdere il vizio.

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