Il fast food di Pompei e la paella

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E se tornassimo indietro di 1951 anni? Poco prima dell’eruzione del vesuvio? A scoprire in una via il fast food scoperto di recente? E se andassimo a chiedere un po’ di capretto grigliato a Papaverus?

Dalla sempre più sorprendente Pompei affiora, anno dopo anno,  qualche nuovo incantesimo, conservato grazie all’immane stratificazione  delle sostanze eruttate dal Vesuvio nell’anno 79 dopo Cristo: in questi giorni è toccato il turno del Termopolio , una bottega di generi alimentari, un vero e proprio locale ” fast food” di quasi duemila anni fa. E gli archeologi hanno pure individuato, ancora ben conservata in una pentola di coccio, una sorta di paella pompeiana, con tanto di carne e pesce ben amalgamati.

Solo un paio di mesi fa, erano venuti alla luce ancora due corpi, sepolti pietosamente dalle ceneri e i lapilli del sudario vulcanico (leggi qui soitto).

Me la immagino la scena, una imperdibile istantanea scattata nel giorno della immane eruzione, regalata ai posteri da un arrabbiatissimo Vesuvio,vulcano in apparente  cassa integrazione, tutto di un botto impegnato a vomitare raffiche del suo mortale beverone piroclastico su un giorno qualunque, diventato, nel corso dei secoli, il giorno finale per la gente pompeiana.

Siamo nella Regio V, in una piazza di trafficato andirivieni, quando dall’angolo del vicolo dei Balconi spuntano due impiegati del demanio, Caio e Tribolone: Caio in odore di quiescenza, Tribolone in profumo di promozione, per via della sua capacità di leggere i segni dei tempi che cambiano.

Intanto dalla dimora delle Nozze d’Argento esce la dolcissima Eufidia, alla cui leggiadria il gladiatore Chelidone ha dedicato l’ ammazzamento di un reziario, l’altro ieri nell’arena: e dagli spalti applausi, fischi, urla e cachinni, manco si fosse in certi locali della Suburra.

Oggi il Thermopolium emana l’inconfondibile profumo della paella ma i nasi  decifrano anche il maliardo sentore delle lumache alle erbe e del capretto grigliato come solo lo sa grigliare Papaverus, il rubizzo padrone della bottega.

Ci sono  schiere irrequiete e ondeggianti di avventori e i soliti maleducati si infiltrano ai lati del bancone a “elle”, quasi infilando le mani nelle giare incassate, urtando le fiasche  e fiutando dalle anfore,  manco fossero sguaiati cani da tartufo.

” Una coppa di quello buono” , ordina il più indisciplinato, strisciando laidamente le ossute ginocchia sui preziosi dipinti che decorano la struttura che sta reggendo non meno di una ventina di gomiti frementi.

“Una coppa una bella fava. Devi fare la fila , cialtrone” , borbotta Papaverus.

Il solito nano di turno si è infiltrato fra le fila serrate dei clienti e finisce schiacciato contro  il dipinto del coloratissimo gallo e poi, quasi trascinato da una indisponente corrente laterale, si ritrova a spiaccicare il suo mento a cetriolo sull’ affresco della ninfa a cavallo per scivolare ,con la fronte bitorzoluta, sulla la coppia di anatre germane a testa in giù, così ben eseguite dal pittore da sembrare proprio vere : che sia il caso di leccarle?

“Due coppe di vino e poi il conto” , esclama con stentorea voce alta l’impiegato Tribolone.

“Conto le due coppe e poi ti faccio il conto”, borbotta un Papaverus sempre più cianotico. 

L’ora della pausa pranzo volge al termine e se i borborigmi della pancia tacciono, certo non tace quel cupo rumore, montante e inquietante, che arriva dal Vesuvio.

“Ho una vaga sensazione di disgrazie”, osserva pensieroso Caio, in genere gaio.

Eufidia riappare e quasi danzando sui suoi seducenti piedini reca a due mani una grande olla di ceramica.

Un boato, un altro boato, poi un clamore sordo, un fragore di natura in collera, un clangore come di trombe tappate con l’argilla, una esplosione secca e terrificante.

Il Vesuvio comincia a sbuffare la sua canea di vapori, di lapilli con pietre e pietruzze scomposte e rabbiose.

È l’imponente introduzione alla tragedia che tutto fagociterà.

 Alla base del bancone del Termopolio, troneggia la decorazione di un cane di grossa taglia su cui il “Cretinus” di turno, venti secoli or sono, aveva pensato bene di incidere, con il suo magmatico livore, un graffito omofobo : “Nicia cinede cacator”.

Tradotta letteralmente, la scritta significa: ” Nicia cacatore invertito”.

La sbeffeggiante e volgare iscrizione resta a testimoniare che le epoche si susseguono tumultuosamente e che gli idioti non si estinguono mai.

Riaffermando  il teorema del ragguardevole stato di deterioramento cerebrale e della spregevole cattiveria, certo più pernicioso di eruzioni, sismi e impatti di meteoriti.

Ecco perchè occorre vigilare costantemente, paella pompeiana a parte.

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