Il vaccino? Te lo diamo in base al PIL

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Letizia Moratti è la nuova assessora al welfare della Lombardia, che sarebbe poi l’equivalente della Sanità e socialità in Ticino, ha sostituito il collega Gallera, travolto da uno tsunami di critiche per la gestione del Covid-19.

La Moratti, che molti si ricorderanno come presidente della RAI o come sindaco di Milano, è ritenuta una lady di ferro. Berlusconiana della prima ora, ha agito come l’originale lady, Margaret Thatcher, non perdendo l’occasione per fare come manager quello che sa fare meglio, ovvero monetizzare e razionalizzare l’emergenza sanitaria.

L’indignazione di molti l’ha colpita in seguito alla richiesta fatta al commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, di valutare la ripartizione dei vaccini anti Covid, anche in base al PIL delle varie regioni. Una mentalità che fa scendere un brivido lungo la schiena, perché presume che ci siano persone che hanno più diritto di vivere rispetto ad altre che sono meno “produttive”.

Naturalmente il governatore lombardo Attilio Fontana, ormai la macchietta di se stesso, dopo lo scandalo dei camici appaltati al cognato e alla disastrosa gestione della pandemia, regge la coda alla sua manutengola, trovando le sue considerazioni “estremamente coerenti e logiche”.

Stendiamo un velo pietoso sul governatorato di Fontana e sull’assist alla Moratti, un atto dovuto alla nuova assessora che dà però lo spessore dei due personaggi, d’altronde come dice il proverbio: “stessa faccia, stessa razza”.

Dopo le esternazione di un altro governatore, Giovanni Toti, che aveva definito gli anziani “non necessari allo sforzo produttivo”, non possiamo fare altro che rassegnarci all’esistenza di una certa classe dirigente, orientata a destra e votata al liberismo, dove le persone sono sacrificabili sull’altare del profitto. E queste cose non capitano solo in Italia. Il partito comunista, ha ferocemente criticato, qualche giorno fa, la direttrice della clinica Santa Chiara Daniela Soldati, che si era lamentata perché il reparto allestito appositamente per i pazienti Covid era semivuoto mentre le persone continuavano a rivolgersi all’ospedale pubblico La Carità. Questo si traduceva, secondo una Soldati definita dalla stampa “rabbiosa”, in una perdita finanziaria per l’istituto.

Alla fine a noi cosa rimane? Un concetto profondo e antitetico a questi tipi di pensiero, un concetto che parla di solidarietà e di sforzo collettivo. Sì, collettivo e corale, perché collettivo non è una brutta parola solo per comunisti, ma la strada che dobbiamo percorrere se non siamo completamente sommersi da fette di salame sugli occhi. Perché da crisi come queste che ci pone il secolo, dall’ambiente alle epidemie, non si esce ognuno per i fatti suoi e soprattutto non si esce tenendo in prima fila il profitto a tutti i costi.

Se c’è una cosa che questa epidemia ha fatto capire anche ai più capoccioni è che uno sforzo corale, come quello della ricerca sui vaccini, dà risultati molto più immediati e prolifici. Il pesante finanziamento statale della ricerca, lo scambio di informazioni, di studi e di esperienze, ci hanno fatto capire cosa possiamo fare tutti insieme. E alla parte meno produttiva del nostro paese dobbiamo rispetto, anche perché non esiste una parte meno produttiva, ogni individuo nella sua vita darà un apporto alla società che non è mai quantificabile solo col denaro, questa è un’aberrazione propria del capitalismo selvaggio, che ormai abbiamo sposato come religione di vita e di cui Moratti e Fontana sono paladini

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