La crisi italiana non spiegata

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A noi povera gente normale, che quando ci parlano di rimpasto pensiamo alla pizza col lievito madre e quando discutono di bicamerale pensiamo a un due locali in affitto, la crisi italiana crea qualche problema di comprensione.

Lungi da me fare una qualsiasi critica, ragionamento o analisi. Mi arrendo e lascio a colleghi più blasonati di me questa funebre incombenza. Quello che rimane è un po’ quella sensazione quando guardi una partita di cricket, di cui non conosci le regole e a cui hai accompagnato l’appassionata fidanzata pakistana per farle un piacere. Guardi giocatori, palle e polvere e sorridi. Fai la ola quando la fanno gli altri e ti fingi concentrato anche se stai pensando a come montare Krevnjasyökullö, il comodino di Ikea che ti aspetta imballato dietro la porta da due mesi.

A me viene anche la nostalgia, mi sembra di tornare ragazzino alla prima Repubblica. Da svizzero e giovane ci capivo ancora meno, noi svizzeri che abbiamo un governo stabile come un dolmen di Stonehenge, non siamo avvezzi a comprendere bizantinismi e arzigogoli machiavellici della politica italiana. Allora c’era la prima Repubblica e una cosa ricordo bene: un governo durava 6 mesi ma miracolosamente i nomi che giravano erano sempre gli stessi.

Come in un gioco delle sedie, quando finiva la musica e si creava un nuovo governo, tutti correvano ad appoggiare le vetuste e consapevoli chiappe sugli scranni. Qualche tapino un po’ meno furbo degli altri rimaneva fuori ma poi la giostra ricominciava come prima e con gli stessi passeggeri, solo su cavallucci diversi.

Fanfani, Craxi, de Mita, Andreotti, Spadolini, Cossiga, gente che era più vecchia della tappezzeria del Quirinale e di certo più duratura, creava un governo dopo l’altro, con la cadenza di un metronomo, un semestre dopo l’altro, con una verve quasi allegra e scanzonata, tanto poi andava tutto gattopardescamente avanti come prima.

Che dire, l’instabilità dei governi italiani, essendo quella la regola, era l’unica cosa rassicurante, come il ciclo delle stagioni. Negli ultimi 75 anni, l’Italia ha visto 66 governi, che vuol dire 1,13 all’anno. Ma se calcoliamo che solo Berlusconi è riuscito a governare per quasi 10 anni, la media degli altri cala pericolosamente.

Una cosa però ho capito, i governi Conte sono tutto e il contrario di tutto ma non sono ancora riuscito a comprendere la differenza tra un “Conte ter”, un “Conte II bis” o una cassata siciliana. Conte ha la fiducia, ma si dimette, si dimette ma crea un altro governo. Chi prima l’ha votato, ora non lo vota più.

A volte penso che il nostro sistema democratico sia complicato, finché non succedono queste cose. D’altronde, con tutto il rispetto, quella è gente che discende dai Medici, dai Borgia e dai Farnese. Brigare congiure di stato è nel DNA del politico italico. Mica come i nostri che delle volte sembrano dei contadinotti appena usciti dal campo di patate o dei borghesucci con la puzza sotto il naso e ingenui come educande di un convento.

No signori, degni della cultura grecoromana e della filosofia retorica greca, seguaci dei tribuni della plebe di Roma, idonei eredi di principi e duchi rinascimentali, le bestie che si affrontano oggi nell’agone politico italico sono il meglio che l’evoluzione della specie ha da offrire sul piatto. Belve letali, farcite di zanne, pungiglioni velenosi, aculei e artigli, che usano la politica come filtro per non fare espressamente ciò per cui madre natura li ha faticosamente selezionati: sbranarsi a vicenda.

Io non so come andrà a finire, osservo questa infinita partita di cricket di cui appena intuisco le regole, e fingo di tifare per qualcosa che non capisco. Nel frattempo m i procuro coca e pop corn, mi sa che durerà alla lunga…

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