Lagioia, fra le pieghe del dolore

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Nicola Lagioia parte da un fatto di cronaca nera per arrivare alla profondità dell’animo umano, quello delle pieghe inconfessabili. Un viaggio nel dolore, nella sua cognizione antica e attuale. “La città dei vivi” è, semplicemente, un capolavoro.

Non si fa in tempo a stilare l’innocua ma anche stimolante graduatoria personale dei libri letti nell’anno che, con prepotenza, arriva un titolo in grado di ribaltare l’intera classifica. E retrocedere di una posizione quasi tutti gli altri classificati. 

“La città dei vivi” di Nicola Lagioia, stampato dalla Einaudi nelle ultime settimane del 2020, è un gran libro. Di più: un capolavoro. Non è solo un romanzo, nemmeno una ricerca, un’indagine, un reportage, un’analisi psicologia, un racconto, una descrizione e narrazione … . È tutto questo e … ancora altro. “È letteratura” è stato scritto da più parti, e noi si è pienamente d’accordo.

“La città dei vivi” nasce da un fatto di cronaca, realmente accaduto, clamoroso. Due ragazzi, anche un po’ in là con gli anni, uccidono usando coltelli e martello, un altro giovane uomo dopo giorni di torture e sevizie. I due arrivano da famiglie normali, uno addirittura da un nucleo cosiddetto “bene”. La vittima è un ragazzo adottato, figlio unico di un venditore ambulante e operaio in una carrozzeria. Una vita apparentemente normale, con i tanti eccessi ipotizzabili per questa età. Tutto questo avviene a Roma, nel mese di marzo del 2016.

Inutile qui aggiungere che il caso, ai tempi, suscitò tantissime emozioni. Prime pagine nei quotidiani, anteprime nei notiziari, ore di dibattiti televisivi (da “Porta a porta” fino ai talk su emittenti sconosciute), fondi di psicanalisti alternati a “spalle” firmate. Poi, ovvio, infiniti post sui social. 

Di fronte a tutto questo inimmaginabile baillame Nicola Lagioia si mette all’opera. Cioè va a leggersi tutto, articoli e verbali, passa ore e ore davanti al monitor per rivedersi certi talk, va a intervistare amici, genitori e conoscenti. Poi avvocati e giudici. Intrattiene carteggi con i due finiti fra le patrie galere, persino li va a trovare in prigione. Insomma una disanima accurata, farmaceutica e completa. Va ad osservare l’abisso, quello che inorridisce anche solo ad immaginarlo. Senza preconcetti, senza finalità. Anche per pagare un suo debito personale, nella parte finale dichiarato, che qui non riveliamo. O forse perché il bene ed il male, anche nei casi estremi, non sono così distanti. 

Qui ci basta dire che la penna di Lagioia è veramente due o tre spanne sopra la norma. I registri si susseguono con repentini cambi ma senza incidere sul ritmo, che anzi ne guadagna. Il lettore non riesce a staccarsi da alcuna delle 460 pagine. Come preso per mano, rassicurato su quanto andrà a scoprire, apre a poco a poco gli occhi. Iniziando con … la città eterna. E non importano i topi per le strade, i gabbiani minacciosi, le persone (in aumento) che rovistano nei cassonetti della spazzatura: si entra nell’anima buia di una Roma indolente, sontuosa e stracciona. “In città potere e meraviglia erano equamente distribuiti sulle rive del Tevere“, “tutto un praticamente e un sinceramente che sono il rumore di fondo a Roma , questo eterno disordine dove ci si incontra per caso in una pizzeria e poi ci si ritrova sul luogo di un massacro“, dove “tutta la disperazione, il livore l’arroganza la brutalità, il senso di fallimento di cui era piena la città, si fossero concentrati in un unico punto“.  

Persino i momenti più raccapriccianti, quelli abominevoli, vengono narrati con classe. Le frasi non conoscono quasi subordinata, sono semplici e brevi, come dei flash: la ricostruzione dei fatti lo esige. La violenza, la debolezza e il terrore non necessitano di aggettivi. 

E del resto quando si vuole viaggiare in una cognizione del dolore aggiornata, senza pregiudizi nè postgiudizi, persino di fronte alla brutalità del vivere di oggi, la mano non può tremare.

Impressionante l’escalation nella voragine del terrore: dalla descrizione della prostituzione giovanile (praticata quasi con indifferente disperazione, tanto per racimolare i soldi per una pizza con la fidanzata) ai momenti decisivi: “Abbiamo giocato a fare Dio” si lasciano scappare nella confessione i due. E il dolore, per il lettore, assume connotazioni inedite, profonde come non mai. I lati oscuri dell’animo umano … . Vogliamo fare un paragone? Qui si devono scomodare i massimi dei massimi: l’irraggiungibile “Delitto e castigo”. Ce lo ricorda Maria Ducoli: “…dove Dostoevskij mostra come desiderio, malattia, ossessione e vendetta si condensano nell’assassinio di Raskalnikov e diventano premessa per lottare con l’angelo e salvarsi soccombendo“. 

Da leggere, non vi sono altre parole. E non importa se all’inizio partiamo con cinque domande e alla fine ce ne ritroviamo venti. Anzi, questo è un motivo in più. 

“La città dei vivi”, di Nicola Lagioia, 2020, ed. Einaudi, 2020, pag. 460, Euro: 22,00. 

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