Le idee di Gramsci: un cantiere aperto

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Oggi nasceva uno dei più grandi pensatori italiani dell’800. Filosofo, tra i fondatori e segretario del partito comunista italiano, morto in carcere nel 1937.

Antonio Gramsci nacque ad Ales, un paesino sardo di poche anime. La sua gente gli ha dedicato una originale piazza di forma triangolare, progettata da Giò Pomodoro e battezzata con un felice quanto emblematico: “Piano d’uso collettivo”.

Traccheggiando in quello spazio, magico e affrancante, capita di imbattersi in alcune pietre che conservano, quasi maternamente, parole come “sa terra”, “la terra”, “su soli”, “Il sole” e “sa roda”, “la ruota”.

Sono termini di potente concretezza, come i pensieri di chi fu fra i fondatori del Partito Comunista nel 1921, a seguito del congresso di Livorno.

Certo ancora oggi i “Quaderni dal carcere” costituiscono un cantiere aperto, un autentico e inesausto laboratorio dove la misura delle opinioni e l’estensione dei concetti gramsciani si prestano ancora ( lavorando di robusta cazzuola e con una sottile curiosità investigativa) alla scomposizione, alla rivisitazione, alla rivelazione e talvolta alla folgorazione di nozioni articolate e ragionate ,dentro la percezione di rimandi stracarichi di spunti che si moltiplicano all’infinito.

Ma soprattutto emerge, incontrastata e sovrana, la cifra delle idee scaturite dal quasi eccesso di sovraccarico mentale del politico e del politologo, del giornalista, del linguista e del filosofo.

Nel carcere di Turi, soltanto dopo anni di alienante e dolorosa prigionia ingigantita dalle trafitture dell’isolamento, Antonio riesce finalmente ad approdare sul saldo lembo della ineludibile necessità della lettura e della scrittura: riuscirà ad ottenere una congrua quantità di libri, e fra questi la Divina Commedia, per poi conquistare, non senza fatica, una penna e una manciata di fogli da riempire con l’impeto dei suoi propositi.

Ne vergherà circa 3000, con buona pace (o con bruciante sofferenza) del giudice che duramente esclamò, dalla eco della toga con eccesso di foga: “Durante i 20 anni di prigionia dovremo impedire di far funzionare questo cervello.”

Ma il dilagante ” Zibaldone di pensieri” non troverà argine, affermando la sovranità della vera e buona idea rispetto all’infantilismo ideologico.

Sposando con sublime incisività la funzione del maturo atteggiamento realistico che analizza, con un misto di corroborante pragmatismo e di arcana preveggenza, le efficaci strategie: per poter perseguire il fine della rivoluzione, serve prima comprendere e scandagliare le ragioni delle sconfitte.

Una rivoluzione  si costruisce attraverso una paziente e ragionata edificazione del modello egemonico e non può e non deve rivelarsi come un disarticolato, sguaiato e irrazionale attacco frontale.

Ecco affiorare il ruolo dell’intellettuale per ogni classe: anche il proletariato deve annoverare fra le sue file gli edificatori delle intenzioni, gli estensori del programma e gli esecutori delle progettazioni.

Nelle sue “Lettere dal carcere” Antonio Gramsci annoterà che  Il tempo è la cosa più importante : esso è un semplice pseudonimo della vita stessa”.

Ed è assolutamente vero che nel tempo dell’esperienza ogni cosa ritorna.

Il tempo è anche galantuomo, a ben vedere: forse perché ogni destino racchiude una promessa di riscatto, una speranza di emancipazione e un indizio di libertà.

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