SanPa, quando l’eroina era la vita

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Vincenzo Muccioli. Fu a capo della comunità di recupero dalle tossicodipendenze più grande d’Europa. La comunità di San Patrignano. Il patrigno fatto santo per essere stato capace, con i suoi metodi, su cui torneremo fra poco, di strappare migliaia e migliaia di giovani dalla morte. Dall’overdose. Vincenzo Muccioli. Un omone uscito da un film di Fellini. Muccioli che ricevette le avances della politica del suo tempo. Un eroe. Di più, un santo. Eppure mai personaggio fu più controverso. 

Fu il padre padrone di migliaia di giovani che tra la fine degli anni Settanta e la metà dei Novanta in Italia, ma anche qui da noi, iniziarono a far uso e abuso di droghe e dell’eroina in particolare. Lo fecero esibendo la loro condizione di tossicodipendenza, senza vergogna. In cerca di che cosa? È la domanda delle domande che ancora oggi ci facciamo pensando a una fetta consistente di quella gioventù lì, che non si tirò indietro di fronte all’illusione regalata dall’eroina. 

Perché alla ricerca di quella sensazione di totalità, quel sentimento oceanico come indicava Freud, che tutti noi abbiamo provato nel grembo materno, noi veniamo al mondo con la nostalgia per quella che è stata l’esperienza prenatale che è il nostro desiderio di felicità in questo mondo”, afferma Fabio Cantelli, uno tra i protagonisti della docuserie di Netflix, in cinque puntate, intitolata “SanPa: Luci e Tenebre di San Patrignano” nata da un’idea di Gianluca Neri. Dopo l’uscita un po’ in sordina della serie, nel giro di pochi giorni, le vicende di un tempo, la storia di San Patrignano è tornata sulle prime pagine dei quotidiani. Ha inondato di dubbi e di perplessità il web e i social. Tutti ne hanno parlato prendendo posizioni. Puntando il dito. Accusando. Oppure elogiando, esagerando. Fabio Cantelli, scrittore e studioso di filosofia dopo il successo e le polemiche raccolte dalla serie, è stato in più di un’occasione intervistato proprio in merito ai temi sollevati dalla serie tivù.

Lui rimase ospite a San Patrignano per dieci anni. Dal 1992 fu responsabile delle relazioni pubbliche della comunità con l’esterno. Proprio per questa ragione fu a lungo a stretto contatto con Vincenzo Muccioli. Da qui il suo sguardo critico soprattutto di fronte alle vicende più oscure, a partire dall’omicidio di uno dei ragazzi, scoperto solo anni dopo che quel crimine fu commesso tra le mura della macelleria. Invece fra le voci che raccontano la vita di allora all’interno della comunità e che non hanno di certo uno sguardo negativo sull’operato del suo fondatore ci sono, tra gli altri, il figlio Andrea e il giornalista musicale Red Ronnie.

Noi non cercavamo nulla. Noi arrivavamo a San Patrignano, perché non avevamo altra scelta. Per disperazione.” Sono ancora parole di Fabio Cantelli. E lì, in comunità c’era lui, Vincenzo, che non nascondeva certo di aver usato anche le maniere forti per contenere quei ragazzi. Qualche sganassone e “se c’è da trattenervi io vi trattengo”, diceva lui. Alcuni di loro però verranno perfino incatenati. Per giorni, per settimane. Pur di toglier loro la voglia di fuggire, perché capaci d’intendere ma non di volere. Incapaci di dire no al richiamo dell’eroina. Un metodo oggi ampiamente superato e non più tollerabile. Eppure nel suo bisogno di totalità, nel vivere le angosce e i tormenti della sua dipendenza, il tossicomane rimane una formidabile cartina di tornasole della società cosiddetta sana. Perché, come dice Cantelli, “la droga, per un tossicodipendente non è la morte, ma è la vita. L’abbaglio di quell’infinito e di quell’assoluto che ognuno di noi desidera quando viene su questa Terra.”

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