Un San Silvestro da rottamare

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Che sarebbe stato un inizio d’anno non particolarmente effervescente, era nell’aria. Ma quando il tappo dello spumante non è schizzato verso l’alto con il suo vibrante stentoreo “pom”, limitandosi a un aborto di decollo con uno striminzito “pim”,  un vero squittio da sughero moribondo, mi è cascata la voglia del brindisi. Contemporaneamente crollavano altre appendici, dentro i soliti storici boxer rossi.

Al diavolo il Covid19 che non mi ha permesso di annodare, con la consueta euforia, la cravatta da idiota con sopra il faccione di renna gaudente: una renna che quando le premi il naso a bottone intona un gioioso Jingle Bells che negli ultimi istanti dell’anno vecchio, con rispetto parlando, risultava insopportabilmente lagnoso.

All’inferno la pandemia che ha reso inutili le scorte strategiche delle trombette colorate, delle cerbottane che scagliano mini obici di cartapesta nelle scollature delle signore, degli sghembi cappellini mignon metallizzati, delle bandoliere di miccette, delle maxi riserve di mini ciccioli, dei previdenti accantonamenti di  fumogeni gialli, blu e rossi.

Che finisca in carpione questo odiosissimo virus che non ha permesso alla compagna della mia vita di indossare un abito vintage anni 50, costellato di foglie d’acanto, una accanto all’altra, così peperino e retrò da strapparti una esclamazione tipo “oibò”.

Alla berlina la lacerante curva epidemica che ha cospirato attorno ai sacri fornelli della mia cucina: le lenticchie di Castelluccio di Norcia, messe a mollo con le giuste tempistiche, non si sono né gonfiate né dilatate, quasi rimpicciolendosi con spettrale gracilità. E alla maledizione dei monti Sibilllini , si è unita la disfatta dello zampone le cui fette, di un rosa marcescente, planavano nei piatti in tutta la loro inestetica disarmonia espressa in una rotondità ovoidale (covidale?) e slabbrata.

E che andassero di traverso cento lische di balena al corpo di ballo del droplet e alle quarantene, capaci di alterare l’incontaminata bellezza di Rosamunda: la polca veloce, un piroettante tritsch-tratsch sempre più gettonato negli anni passati, un mio cavallo di battaglia che si è configurato in una vera e propria “polcata”, complice il pavimento su cui erano rotolati tre acini d’uva. È stato un attimo capitombolare , come se ci trovassimo per la prima volta sui pattini, tradendo l’antica fiducia del compositore polacco Vejvoda.

E le bollicine di extra brut non volavano alte nei calici, temporeggiando sospettose nonostante le poderose spinte di una volenterosa anidride carbonica. Alzati i bicchieri al cielo, ci siamo incontrati con gli sguardi avviliti, quasi imbronciati. Nessuno dei due ha trovato l’ardimento per gridare, o almeno sussurrare, un “buon anno!”.

Ma quale formula augurale, quale bacio esorcizzante sotto il ramoscello di vischio…Ci siamo infilati sotto le lenzuola, troppo presto e troppo delusi, scossi da un conto alla rovescia fuori protocollo: cinque ,quattro, tre, due, Paziente Zero.  

Là fuori, il vicino di casa si azzardava a giochicchiare con alcuni mega petardi. Un insulto perentorio, fiondato da una finestra poco distanziata, lo ha subito dissuaso.

E San Silvestro entrava ufficialmente in un cartone inanimato, con Titti che si divertiva a martellargli la coda.

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