You’ll Never Walk Alone: un ricordo

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Io e il compianto Roberto Morinini ci siamo guardati negli occhi: “Vado io?” – “vai tu?“,  sperando entrambi che fosse l’altro a riprendere in qualche modo il discorso sulla sfida fra il Liverpool e il Chelsea dopo che l’intero stadio aveva intonato “You’ll Never Walk Alone”. Perché quell’inno ti prende al punto da farti entrare per brevi attimi in “trance”, devi ritrovare il tuo mestiere di cronista ma non sai come, e poi hai paura che l’emozione ti rompa le parole in gola: non c’è più religione?

Cercala all’Anfield Road, quando il lato minore dello stadio, il KOP (dal nome di una collina sudafricana dove si massacrarono inglesi e boeri) s’alza in piedi e canta un inno di per sé poco originale  (“nelle bufere della vita non sarai mai solo, spera e abbi fede anche quando la pioggia e il vento ti sferzeranno e i tuoi sogni ti sembreranno infranti: non sarai mai solo”) e nemmeno memorabile nelle note.

Eppure, una “religiosità” del genere (le Chiese non c’entrano) l’ho sentita solo a San Pietro a Roma quando, da una navata laterale, è sbucata un’imponente processione che si è avviata all’altare maggiore al canto di una liturgia pasquale; nel silenzio della cattedrale di San Stefano a Budapest, dove le pietre e le vetrate parlano; nel silenzio più profondo ancora della Tempeliaukio Kirrko di Helsinki, dove la nuda roccia rossa sventrata dalle mine è baciata dai raggi del sole che l’accarezzano attraverso una volta trasparente.

Se poi il cronista fa il suo mestiere e va in cerca di tracce storiche la faccenda si fa ancora più misteriosa, non nei fatti, ma nel significato che infine assume.

“You’ll Never Walk Alone” nasce alla fine della Seconda guerra mondiale a Broadway. Gli autori Rodgers e Hammersmith, partendo da un racconto ungherese, la inseriscono in un “musical” dal nome che più banale non si può: “Caroussel”.

Durante una rapina un ladro, scoperto, si suicida. Ritorna dall’altro mondo per dire a sua figlia che non sarà mai sola, che lui le sarà sempre vicino.

Il 15 aprile del 1989 allo stadio Hillsborough di Sheffield si gioca la semifinale di coppa inglese fra il Nottingham Forest e il Liverpool. In campo è neutro perché il Liverpool è punito dal governo della signora Thatcher per il comportamento dei suoi tifosi all’Heysel di Bruxelles, quando i brutali “hooligans” dei Reds, aiutati da una squadraccia di picchiatori del Chelsea, avevano attaccato il settore dei tifosi juventini facendo 39 morti, schiacciati come mosche, di cui 32 italiani.

A Sheffield la tragedia ( la nemesi storica dei greci?), colpisce i tifosi del Liverpool arrivati in massa e diretti verso entrate secondarie. Molti sono arrivati tardi e temono di mancare le prime battute della partita. Gli organizzatori decidono allora di aprire il cancello centrale. A quel punto i tifosi, come pecore, si accalcano al centro peggiorando la situazione, perché tutti tentano di entrare in quel punto. Qualcuno riesce a scavalcare le palizzate e si rovescia in campo per sfuggire alla calca.

La polizia in assetto antisommossa pensa che siano degli “hoolingans” e a colpi di manganello li rimanda indietro aggravando la carneficina: 96 i morti. Solo 25 anni dopo la colpa delle forze dell’ordine e degli organizzatori sarà (inutilmente) decretata.

Alla Cattedrale cattolica di Liverpool 5000 persone all’interno e 8000 all’esterno cantarono “You’ll Never Walk Alone” in ricordo dei tifosi periti a Sheffield.

Ecco perché l’inno ripreso nel 1963 da Gerry and the Pacemakers si fa religioso: molti di quelli che lo cantano hanno perso una persona cara a Hillsborough.

Gerry Marsden, che ha arrangiato parole e musica della lirica di Rodgers e Hammerstien, è morto a 78 anni. La sua band, Gerry and the Pacemakers, era seconda solo ai Beatles a Liverpool. Gerry ha poi fatto il solista, ha ricomposto il gruppo e ha cantato sino a pochi mesi fa.

La sua versione  è stata incisa da Frank Sinatra, Elvis Presley, Johnny Cash, Nina Simone, Louis Armstrong, Judy Garland e dai Pink Floyd con il coro autentico dei tifosi del Kop e da molti altri.

Quando gli inglesi, a Wembley, hanno riempito lo stadio per un tributo a Mandela, e i presenti hanno intonato “You’ll Never Walk Alone”, il grande uomo politico sudafricano ha voluto sapere da dove arrivava quel meraviglioso canto: “È un inno calcistico” gli è stato detto, lasciandolo molto sorpreso.

Apparso nel 1963, l’ho erroneamente associato a quanto Seattle (da cui la città), capo dei Duwamish, aveva scritto nel 1855: “Il Grande Capo a Washington vuol comprare la nostra terra; come si possono comprare o vendere il cielo, il calore della terra? È un’idea assurda per noi: come potreste infatti comprare da noi la frescura dell’aria e gli zampilli dell’acqua, dal momento che non ci appartengono?. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. La voracità dell’uomo bianco divorerà la terra e lascerà dietro di sé il deserto.Come può un uomo possedere sua madre? Quando l’ultimo uomo rosso sarà sparito da questa terra, in queste foreste vi saranno ancora gli spiriti del mio popolo: non sarete mai soli”. 

You’ll Never Walk Alone.

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