Australia e Facebook, è braccio di ferro

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In Australia, Facebook ha deciso di bloccare la condivisione di notizie. Ha bloccato il servizio. Lo ha fatto subito dopo che il governo australiano ha approvato una legge che renderebbe obbligatorio pagare gli editori per le notizie condivise in rete. 

Una decisione presa per sostenere il diritto d’autore e dare ossigeno all’editoria, soprattutto di questi tempi in cui i giornali cartacei, ma anche i principali portali d’informazione online, hanno visto diminuire drasticamente le entrate pubblicitarie che nella maggior parte dei casi sono la loro principale fonte di finanziamento.

L’intenzione espressa dal governo di Canberra di andare in questa direzione, malgrado sia inizialmente andata di traverso ai principali diffusori di notizie del web, vale a dire i soliti noti, Google e social network, sembrava ormai digerita. 

E invece Facebook ha mostrato i muscoli, arrivando a prendere una decisione senza precedenti. L’approvazione della legge da parte del governo che stava nel frattempo cercando un accordo commerciale adeguato per remunerare gli editori per i loro contenuti, ha fatto saltare i nervi a Zuckerberg e compagni di merende che hanno finalmente dimostrato di che pasta sono fatti e di cosa sono realmente capaci.

Dalla minaccia del blocco di qualche mese fa si è passati ai fatti. Gli editori potranno anche pubblicare contenuti sulle loro pagine aziendali, ma in Australia gli utenti di Facebook non saranno più in grado di visualizzarli, di pubblicarli o condividerli. Un episodio che ha dell’inquietante e che dovrebbe finalmente farci capire, una volta per tutte, qual è l’enorme potere che i social network hanno e possono esercitare.

Un potere che, come ci ha rivelato lo scandalo Cambridge Analytica, è in grado di orientare l’opinione pubblica e il voto dei cittadini. Chi si abbevera alla fonte dei social network spesso finisce per avere una visione parziale e distorta della realtà. I social sono tra i maggiori propagatori di notizie spazzatura. È sui sociale che attecchiscono le più insulse idiozie complottiste e le peggiori derive destrorse.

Un potere che può essere addirittura usato per fare pressione sui governi, proprio com’è successo in questo caso, con Facebook che ha mostrato il suo vero volto. Ecco perché da più parti si sono sollevate voci critiche nei confronti di un Far West che rischia di lasciare sul terreno il cadavere della democrazia. Per dovere di cronaca va anche detto che pure Google aveva minacciato d’interrompere il suo servizio di motore di ricerca, ma alla fine ha optato per trovare un accordo con Canberra e ha quindi acconsentito a pagare trenta milioni di dollari australiani all’anno per pagare gli editori. Facebook invece ha optato per il duello all’ultimo sangue.

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