Draghi e l’ansia degli alunni

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Fra gli austeri scranni del Senato vagavano i fantasmi dell’apprensione, di una certa avvolgente inquietudine e di una inconsueta ansietà che rasentava l’affanno. Durante il discorso di ” super Mario” ho notato lo scarsissima presenza (era ora) di cellulari surriscaldati e il consueto smanettamento di tasti si era ridotto ai minimi termini.

Quando Mario Draghi ha iniziato il suo discorso, di un’impegnativa oretta, in aula si è materializzato quell’inusuale silenzio che non piombava da anni e gli scolari-parlamentari della Repubblica Italiana si sono quasi raggomitolati dietro le mascherine, nascondendo le merendine, gli aerodinamici aeroplanini di carta e i pizzini con le salaci battute di rito, raggelati da una atmosfera da esame di maturità, con quel tipo arrivato dai meandri della Europa della alta finanza a seminare malessere e sgomento.

Sgomento che si è convertito in tremarella quando il Drago ha lanciato certe fiammate che sollecitavano un immediato ricorso a Wikipedia: improvvisamente la granata del “coefficiente di Gini” ha rischiato di falcidiare le certezze del quorum. 

Qualcuno osservava in tralice il compagno di banco, qualcuno ha cominciato a valutare un rapido disonorevole ricorso alla pipì che scappa, qualcuno sprofondava verso il basso nella simulata ricerca del foglietto degli appunti e qualcuno riviveva, con gli occhi sbarrati, l’angoscia di un lontano ma mai rimosso: “Oggi interroghiamo…”

Poi si è dipanato un sussurrato passaparola, poiché i più diligenti avevano saggiamente investigato scoprendo che quel cavolo di “coefficiente di Gini” si riferisce a una misura di disuguaglianza: un metodo che si applica per soppesare le disparità nella distribuzione del reddito e anche della ricchezza. 

Altra pena ha generato un riferimento di Draghi che disquisiva, con la tranquilla confidenza di pregresse robuste assimilazioni, sulla riforma di Cesare Cosciani, un economista con ragguardevoli attributi, estensore di una proposta di riqualificazione del sistema tributario, nel lontano 1964.

L’intervento, corposo e multidisciplinare, lanciava la sassata di una citazione di Camillo Benso conte di Cavour.

Poi i Balcani e il tormentone del “People, planet, prosperity” , a completare un programma che contemplava troppe materie: storia, geografia, letteratura, inglese (quanto inglese, mamma mia), religione, etica, filosofia e scienza della finanza.

“Lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta” : alla magnifica dirompente semplicità di un invito alla tutela della Terra, Draghi strappava una certa quantità di applausi decisamente più rilassati.

Al termine della battaglia verbale,  si evidenziavano vistosi aloni di sudore alle ascelle e fronti imperlate di goccioline di autentico patema, nella gran voglia di correre al bancone del caffè, per qualche liberatoria goliardata, finalmente liberi dalla piovra dei precetti e delle citazioni.

Intanto gli statistici appuntavano i numeri dei termini più utilizzati nel corso dell’intervento:  20 per pandemia, 12 per cittadini, 10 per donne, 9 per giovani, italiani e lavoratori.

Zero per alunni, per evitare il riferimento a una contemporanea Caporetto.

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