Gli ippopotami di Escobar

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Pablo Emilio Escobar Gaviria è stato un ragguardevole criminale colombiano, uno dei più conclamati e ricchi trafficanti di cocaina e di marijuana nella storia di questo nostro mondo.  Chiusa definitivamente la sua fruttuosissima attività per cause di forza maggiore, quando nel dicembre del 1993 venne ucciso nel suo bunker di Medellin, lasciò una vertiginosa eredità: il suo patrimonio già si aggirava, nel periodo degli anni 80, attorno ai 75 miliardi di dollari, con l’aggiunta di un certo numero di ippopotami.

E ora la Colombia si trova ad affrontare il problema degli ippopotami che si aggiunge all’endemico corposo elenco delle endemiche piaghe della dilagante corruzione, della lievitante disoccupazione, della estesissima povertà, del preoccupante fenomeno della tossicodipendenza e della proliferazione della delinquenza giovanile.

Tornando la cruccio degli ippopotami, c’è da dire che all’inizio erano solamente quattro, tre femmine e un maschio a formare un simpatico e voluminoso piccolo nucleo, traslocato dal re della coca nella sua sconfinata tenuta di Nàpoles.

Santo cielo, il termine ” traslocato” risulta forse azzardato in quanto Pablo  propendeva per le importazioni clandestine, assecondando la sua profonda passione per gli animali esotici che andavano a colmare le miriadi di ettari del suo parco, in un variegato ventaglio di specie,  in attesa di una nuova arca costruita con gli attrezzi della infantile pretesa dell’orco che assicurava loro vitto e alloggio.

Alla morte del sovrano, il suo impero faunistico si è sparpagliato come succede alle foglie con il vento e i quattro ingombranti mammiferi erbivori hanno pensato bene di prendere il largo, spaziando con i loro corpaccioni in vari angoli della Colombia.

Sono trascorsi  28 anni e l’attuale censimento stima una comunità di oltre trecento esemplari che ingenera la vibrante preoccupazione  di una smisurata crescita della ippo-colonia che potrebbe vantare, fra una decina di anni, il record di 1400 membri, tutti dinamicamente operativi in voracità e in rotondità.

Gli esperti si arrovellano temendo l’avvento di un irreversibile squilibrio biologico e ambientale.

Gran parte dell’opinione pubblica , in strenua contrapposizione, si ribella poiché l’ippopotamo è considerato ormai un simbolo e una emblematica presenza territoriale che trotterella sotto il segno del compasso. 

Adulti e bambini hanno definitivamente consacrato il ” cavallo di fiume ” ( così battezzato dalla lingua greca ) una autentica e irrinunciabile mascotte: troppo buffo e folcloristico, nel suo pullulare del troppo, quando decide di poltrire in acqua o quando sbadiglia a saracinesca aperta, quando bruca erbe e pizzica verzura dai rami delle piante.

La Colombia è terra di frequenti piogge, il suo clima è temperato, il cibo abbonda e non mancano laghi e fiumi.

Se queste caratteristiche  rappresentano la certezza di un paradiso per gli animaloni così spesso riprodotti in confidenziali e teneri  peluche, per i ricercatori configurano un autentico rompicapo e una cambiale per il futuro: pare che le loro feci, espulse a mantice, finiscano per assorbire un eccesso di ossigeno nei corsi d’acqua, intossicando centurie di pesci.

Scovarli è oltretutto una impresa ,considerando la loro attitudine al mimetismo nella giungla e nelle vaste aree naturali che si dipanano nella zona andina.

Gli ippopotami, capita l’antifona, escono comunque saltuariamente all’aperto e non disdegnano qualche ballonzolante passeggiata lungo le strade, costeggiando i terreni dove i raccolti dei contadini rischiano proditori assalti.

Il punto sta nel fatto che la gente colombiana li ama spassionatamente: già sono stati trascinati in tribunale  cacciatori che  avevano stupidamente esibito  massivi trofei di caccia, invadendo con tracotanza le vie del web.

Intanto un team di scienziati e ricercatori sta ponderando soluzioni varie, picchiando la testa contro gli spigoli di uno strisciante ostruzionismo.

Ardua e quasi impraticabile risulta la via della sterilizzazione: i maschi detengono un patrimonio di “testicoli particolarmente dinamici” e il loro pene  retrattile non disdegna di barricarsi in un complesso canale inguinale che si chiude a prova di bomba.

Il grattacapo di un rampante sovraffollamento si rinnova di giorno in giorno, seminando angustie fra la comunità degli studiosi.

L’eredità di Pablo Emilio Escobar Gaviria si ingigantisce, dentro il rebus di faccende imbrogliate, di imbarazzanti scelte e di assillanti motivi di patemi e di angustie.

Staremo a vedere gli sviluppi, mentre i cavernosi antri delle bocche degli ippopotami ingoiano pasti a dismisura.

Con i conseguenti inevitabili esiti di una imperiale evacuazione.

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