Hanno ucciso gli ambasciatori della pace

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Gesù è morto. L’hanno crocifisso ieri, poco prima delle nove del mattino. A testimoniarlo non quattro vangeli ma l’immagine cruda degli ultimi soffi di vita di un Figlio dell’uomo. Come un Cristo deposto dalla croce, Luca Attanasio, ambasciatore italiano in Congo, è adagiato sul retro di un furgoncino. A raccoglierlo in un abbraccio due uomini congolesi, sostituti della Madre di Dio e della Maddalena. Il maglione viola alzato, le mani che stringono altre mani, il viso esausto, perso nel vuoto. 

Ci sono storie, che ci toccano e ci segnano nel profondo, anche quando queste sono distanti anni luce da noi. Fatti di cronaca (e non) che non ne vogliono sapere di lasciare la nostra testa. Stanno lì, smuovono gli ingranaggi della nostra mente. Sono come i cazzotti che ci dà il bullo di quartiere. Il dolore resta per giorni, così come i segni violacei e la voglia, mai sfamata quella volta per timore, di contraccambiare, invece che accasciarsi per terra e subire.

La storia e la morte di Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo; rispettivamente l’ambasciatore italiano in Congo, la sua scorta e l’autista sono una di quelle.

Per me che, come essere umano, giornalista e pacifista, mi sono sentita presa a botte da questa tragica notizia. 

Ma prima di passare alle riflessioni personali, cerchiamo di capire che cosa sia successo ai tre uomini. Perché non può esserci giusto cordoglio senza prima aver compreso le dinamiche dei fatti.

Genocidio in Ruanda: le ombre del passato

L’ambasciatore Attanasio si stava recando nei territori del Rutshuru per controllare alcune attività del “Programma Alimentare Mondiale (Wfp), un’agenzia cappello delle Nazioni Unite. Durante il tragitto, sei uomini armati avrebbero fermato il convoglio, sparando alcuni colpi in aria. 

Il primo a soccombere è stato, probabilmente, l’autista, Milambo, colpito da raffiche di Kalashnikov. Poi l’ambasciatore Attanasio e la scorta, il carabiniere Iacovacci sarebbero stati condotti nella foresta e lì freddati. Le forze di soccorso locali, giunte sul posto, non hanno potuto fare altro che constatare la morte di Milambo e Iacovacci, mentre Attanasio si è spento pochi istanti dopo. 

Questa la prima ricostruzione della polizia congolese, al vaglio degli inquirenti italiani. Ma le informazioni sono ancora frammentarie e poco chiare. Infatti sembra che, quando la pattuglia di soccorso è entrata in azione, gli aggressori abbiano colpito la guardia del corpo e l’ambasciatore. Un superstite, avrebbe detto che gli assalitori parlavano fra loro in kinyarwanda, mentre agli ostaggi si rivolgevano in swahili.

Ed è proprio questo dettaglio linguistico che farebbe presupporre alle autorità un coinvolgimento delle Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda: il Fdlr-Foca, gruppo residuo di ribelli d’etnia Hutu, conosciuti soprattutto per il genocidio in Ruanda. E la scia di sangue non è finita, dato che ancora oggi le Fdlr sono responsabili di diversi attentati terroristici, costati la vita a centinaia di persone nel Congo orientale. L’obiettivo dei ribelli era forse quello di rapire gli “uomini bianchi” per richiedere un riscatto oppure rivendicare ancora una volta la loro presenza (e potere) sul territorio.

Nessuno è profeta in patria

E qui inizia la mia vena polemica. Perché se c’è una cosa che non sopporto del giornalismo odierno è questo continuo voler ricercare a tutti i costi una retorica nei fatti di cronaca. Dove l’importante non è raccontare la notizia ma cercare di incanalarla in una narrativa artificiale, moralista, pietista. 

Da quando l’ambasciatore e il carabiniere sono morti infatti, la stampa italiana non ha fatto altro che produrre articoli, intitolati “Attanasio: chi era l’ambasciatore…”, “Iacovacci: chi era la guardia del corpo”, soffermandosi più su chi erano che cosa facevano. Niente di male in questo, solo che ci si sia fermati su questo tipo di informazioni:

“Non aveva moglie e figli”, detto così suona come un: “Beh dai, ci spiace, ma almeno non avremo una vedeva e degli orfani in più”

Stessa cosa vale per Attanasio. È più importante sottolineare che era accasato, che studi ha fatto, come andava a scuola. Alla fine, a margine, il suo lavoro e impegno (concreto) per aiutare le popolazioni africane. 

Per non parlare, oltre agli articoli fatti tutti con lo stampino, delle frasi fatte “lui sì che li aiutava a casa loro”,lui sì che è morto servendo la patria”, oppure “dell’Italiacentrismo” nel raccontare dei due italiani, ma non di Milambo, perché congolese, perché semplice “autista”, non degno del lutto tutto mediatico della penisola. 

Solo in serata si inizierà a parlare delle dinamiche e di rispondere a tutti i “perché?”, e “come?”. Atteggiamenti ingrati questi, sia per le vittime, sia per chi rimane e vive il dolore. 

Hanno ucciso gli ambasciatori della pace

Luca Attanasio era l’ambasciatore italiano in Congo, ma era anche un ambasciatore per la pace, esattamente come il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo. Credevano in questo ideale e lo portavano avanti, con dedizione ed impegno, consci – tutti e tre – del fatto di svolgere questi importanti incarichi in un Paese ancora ostile, segnato da un passato difficile e violento. Non è facile agire in queste condizioni, e non sempre “schierarsi a favore e voler aiutare” un determinato popolo basta a far sì che questo ti accetti e rispetti. 

Attanasio, insieme alla moglie Zakia Seddiki, presidente e fondatrice della Ong Mama Sofia, era impegnato nel cercare di risolvere i problemi che attanagliano la Repubblica Democratica del Congo. Aiutavano soprattutto i bimbi e le loro mamme, con ambulatori medici, presidi mobili e progetti per le madri in carcere. Un impegno che la coppia condivideva nel proprio quotidiano, sempre insieme. E insieme, ad ottobre, avevano ricevuto il premio Internazionale Nassiriya per la Pace.

Pace. Pace. Pace. Una parola che ritorna spesso in questa storia dal tragico finale. E non riesco a  vedere questi costruttori di pace come qualcosa di distante o diverso da quell’uomo – per chi ovviamente crede – che, in nome di questa parola e dell’amore, è morto in croce.

Perciò dico che Gesù è morto. L’hanno crocifisso ieri, poco prima delle nove del mattino. A testimoniarlo non quattro vangeli ma l’immagine cruda degli ultimi soffi di vita di un Figlio dell’uomo. Come un Cristo deposto dalla croce, Luca Attanasio, ambasciatore italiano in Congo, è adagiato sul retro di un furgoncino. A raccoglierlo in un ultimo abbraccio due uomini congolesi, sostituti della Madre di Dio e della Maddalena. Il maglione viola alzato, le mani  che stringono altre mani, il viso esausto, perso nel vuoto.

La vita che se ne va. La pace che muore oggi, ma risorgerà domani.

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