I due Boris e la Brexit

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Boris Bignasca, che solo un anno fa era tutto felice per la Brexit, ora guarda attonito a un calo delle esportazioni del 68% e a nuvole oscure che si addensano lungo la Manica. 

Scriveva Boris Bignasca, antieuropeista della prima ora,  tutto allegro un anno fa: “È passata una settimana dall’uscita ufficiale del Regno Unito dall’UE e ancora non si sono verificati i cataclismi socio-economico-culturali che i “ministri” della propaganda eurofila ci avevano propinato come spauracchio per mesi.

La libertà di un popolo vince sempre sulla paura! Bravo Nigel! Bravo Boris” (leggi qui sotto).


È passato meno di un anno dall’entusiastica sviolinata di Boris Bignasca al suo omonimo dalla zazzera ribelle, il primo ministro britannico Johnson. In un anno c’è stata l’uscita sgangherata del Regno Unito (dopo 3 anni di trattative) dalla UE.

I sovranisti in stile Bignasca e Quadri, quelli che “prima i nostri” e tutta la tiritera, sono ora stranamente silenziosi. Come pavidi orbettini, sono strisciati sotto il loro bel sasso scomparendo alla vista.

Ai toni trionfalistici, si sono sostituiti silenzi imbarazzanti e timide reprimende anti UE. Perché? Beh, vediamolo in dettaglio. 

Non è certo da oggi la notizia che aziende e servizi, stavano lasciando il Regno Unito per altri lidi. È un esodo in atto da anni, che è stato viziato artificialmente solo dal Covid, che negli ultimi 12 mesi ha rallentato tutte le operazioni, anche quelle che richiedevano spostamenti fisici da una nazione all’altra (leggi qui sotto).


L’odore di cadavere intorno alla Gran Bretagna, cominciava già a sentirsi oltremanica alla fine del 2018, quando in base ai sondaggi, la famigerata votazione sulla brexit ricordiamo invelenita da fake news e vergognose fandonie sui social, non avrebbe più avuto lo stesso risultato (leggi qui sotto).


Ora i due Boris, Johnson e Bignasca, devono confrontarsi con una devastante realtà post Brexit: Le piccole e medie imprese sono furenti con Johnson e col governo, a causa di un crollo dell’export pari al 68% . E la questione sembrerebbe legata al covid solo in parte. Ad esempio, per i pescatori scozzesi, gli accordi bilaterali non hanno la stessa fluidità e vantaggi del regime precedente, al punto che esportare pesce nella UE è diventato quasi impossibile. E pensare che uno dei cavalli di battaglia dei brexiteer era proprio difendere le acque britanniche dai pescherecci europei (prima i nostri pesci).

E pensare che si attendono ancora i controlli doganali sulle importazioni, che scatteranno solo a luglio di quest’anno. L’associazione mantello dei trasportatori britannici, aveva anche chiesto un aumento degli operatori doganali, rimasto lettera morta, attualmente sono 10’000, ma la Rha ne aveva chiesti cinque volte tanti.

Soprattutto piccole e medie imprese sono terrorizzate. Con la caduta di Trump, la sponda sovranista e compiacente dei fratelloni d’oltreoceano è caduta. L’idea di cercare nuovi mercati richiede un tributo. Se si va in giro col cappello in mano, non c’è la fila di persone disposta a farti la carità, anzi, lo stato di necessità britannico rischia di tradursi in pessimi affari.

Ma cosa è diventato il Regno Unito? A tutti gli effetti è un paese terzo. Quello che siamo anche noi svizzeri, che però abbiamo un vantaggio di decenni in fatto di accordi bilaterali e un diverso sistema economico. Il Regno Unito ora (leggiamo dal sito della camera di commercio italiana):  “…non sarà più parte del mercato unico e lascerà l’unione doganale dell’UE insieme a tutte le politiche dell’Unione europea e agli accordi internazionali. Avrà fine la libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali tra il Regno Unito e l’Unione Europea. (…) L’accordo riguarda non solo gli scambi di merci e servizi ma anche un’ampia gamma di altri settori di interesse dell’Unione, quali gli investimenti, la concorrenza, gli aiuti di Stato, la trasparenza fiscale, i trasporti aerei e stradali, l’energia e la sostenibilità, la pesca, la protezione dei dati e il coordinamento in materia di sicurezza sociale.”

E se le regole prevedono l’assenza di dazi, non esonerano la Gran Bretagna da pratiche burocratiche e doganali spesso lunghe e laboriose. Inoltre i prodotti esportati, dovranno ovviamente sottostare, come prima, ai parametri europei.

A questo si aggiunge il tassello da non sottovalutare della soppressione del sistema Erasmus, gli studenti britannici non potranno accedervi e dall’anno prossimo anche i loro colleghi europei dovranno richiedere il visto per studiare in Gran Bretagna pagando la retta universitaria come studenti non britannici. Un impoverimento dal punto di vista scientifico e culturale non indifferente.

I due Boris, così spavaldi poco tempo fa, ora guardano attoniti quello che, se non è un disastro, non è certo una vittoria del nazionalismo. A dimostrazione che, in un mondo globalizzato, che ci piaccia o no, bisogna fare per forza i conti coi nostri vicini.

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