I walkie-talkie di Aung San Suu Kyi

Pubblicità

Di

La democrazia in Myanmar è durata il tempo di una ricreazione. Il primo di febbraio, nel Paese un tempo noto col nome di Birmania, l’esercito ha preso il potere con un colpo di stato incarcerando tutti i principali esponenti del partito di maggioranza che aveva appena vinto le elezioni. Tra loro anche il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, a capo del governo. 

In un paese che già aveva vissuto sotto un regime militare (dal 1964 al 2015), proprio i militari, nel riprendersi con la forza il comando del Paese, hanno dichiarato un anno di stato d’emergenza, tagliato le linee telefoniche nelle due principali città, interrotto le trasmissioni della televisione di stato e oscurato Facebook. Lo hanno fatto soprattutto per contenere il dissenso, il malcontento che il colpo di Stato ha seminato fra la popolazione.

In pratica il copione di un film già visto, non solo in Myanmar. A condurre quest’ultimo golpe è stato il generale a capo delle forze armate birmane che si è autoproclamato nuovo capo del governo. Per ironia della sorte, tutto questo è accaduto lo stesso giorno in cui si sarebbe dovuto riunire per la prima volta il nuovo parlamento.  

A novembre dello scorso anno si erano tenute le ultime elezioni che avevano visto trionfare la Lega nazionale per la democrazia, il partito politico di Aung San Suu Kyi. Un verdetto, quello delle urne, fin da subito contestato dall’opposizione sostenuta dai vertici militari che, senza troppa fantasia, s’era giocata la solita carta dei brogli e quindi delle elezioni rubate un po’ come nello stesso periodo aveva fatto oltreoceano l’ormai ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Tra le accuse rivolte all’ex capa settantacinquenne del governo birmano, ce ne perfino una che rasenta il ridicolo. È stata incriminata del possesso di apparecchi di comunicazione illegali. La sua colpa sarebbe quella di aver importato illegalmente dei walkie-talkie che i militari avrebbero scoperto nella sua abitazione della capitale Naypyidaw. Un’accusa per la quale Aung San Suu Kyi rischia fino a due anni di carcere.

Altri due anni che andrebbero a sommarsi ai quindici di carcere e agli arresti domiciliari che, in passato, Aung San Suu Kyi era già stata costretta a farsi, proprio per aver guidato la battaglia politica contro la dittatura del regime militare birmano. Un regime che questo suo ritorno di fiamma ci conferma come la democrazia sia un fiore fragile, difficile da coltivare un po’ ovunque. Ma soprattutto se si tratta di un Paese che fa gola ai vicini ben più potenti che, in questo caso, si chiamano Cina e India.

Pubblicità

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!