Il parlamento e l’orgia delle citazioni

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Un po’ per curiosità un po’ per autolesionismo, ho deciso di seguire le quasi 20 ore del dibattito parlamentare sul nuovo Governo italiano, prima che si omologasse la fiducia a Mario Draghi.

A Palazzo Madama e a Montecitorio si è scatenato l’inferno delle citazioni con i paragoni calcistici a strappare standing ovation, braccati a ruota dai richiami a poeti e romanzieri, filosofi e statisti, cantautori e navigatori, portatori di perle di sapienza e Papi di Roma, economisti e ipnotizzatori della suggestione, grandi scienziati e piccoli metafisici riesumati. Sono mancati solo i riferimenti ai grandi chef, forse per una sorta di opportunistico pudore.

La lunga maratona parlamentare, cosparsa dai numerosissimi interventi di oratori e oratrici, ha suggerito il ricorso massivo e quasi ossessivo agli accenni dotti, alle massime profonde, alle evocazioni che raschiano effetti speciali, agli adagi avvincenti pronunciati troppo frettolosamente, agli aforismi istruttivi e costruttivi sbirciati nel bigino delle riflessioni competenti. 

A ben vedere, sono forse mancati gli apporti dei proverbi che in genere funzionano alla grande, tipo: “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino” e le dirompenti attrazioni degli slogan , tipo: “Parlo uno e cito due”.

Colmo di stupore, ascoltavo prendendo appunti mentre il fantasma di Oscar Wilde, spaparanzato sul mio divano di casa, si divertiva come un matto dandomi di gomito, scomponendosi però nel fatidico attimo in cui Giorgia Meloni affidava l’abbrivio del suo discorso al drammaturgo comunista Bertolt Brecht: ” Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati”.

A quel punto, Oscar ha sfilato dal cilindro un suo aforisma, ridacchiando sardonicamente: “Posso credere a tutto, purché sia sufficientemente incredibile”.

Intanto Maria Elena Boschi, dal profondo mistero della sua nerissima mascherina, pescava dalla giovane poetessa americana Amanda Gorman: “The hill we climb”, intenso inno alla democrazia americana.

E Andrea Marcucci, capogruppo PD al Senato, puntava la barra sul patriota Piero Gobetti, che ebbe a dire, con il sincero trasporto di un vero costruttore della Patria: “Chi sa combattere è degno di libertà”.

Mentre mi chiedevo, in una sorta di eccitazione da citazione, cosa avrei dovuto appuntarmi nel breve, ecco sbucare dal bancone Bianca Laura Granato, pertinace dissidente del Movimento Cinque Stelle, concentrata sui versi tratti dall’Adelchi di Alessandro Manzoni, a parer suo idonei a ben descrivere un governo con un “tutti dentro da congiura di palazzo”.

Ma la vera grandinata di locuzioni da diporto deflagrava con Fabio Rampelli, esponente di Fratelli d’Italia  e vicepresidente della Camera. Travolto dai contributi che facevano l’elastico fra Papa Giovanni Paolo II e il vate Gabriele D’Annunzio per approdare al cantautore Roberto Vecchioni.

Dal Gruppo Misto partiva un obice da novanta, con Gianluigi Paragone che senza paragoni si apprestava ad arringare “contro gli incappucciati della Finanza” , estrapolando corrosive righe dal saggio dell’economista  keynesiano Federico Caffè.

E se Maurizio Lupi, ancora prima del penultimo caffè, annunciava il voto favorevole evocando la famosa band britannica dei Coldplay, Roberto Giachetti mi estorceva una roboante sghignazzata con un suo furbissimo calcio di rigore: “Ho sentito paragonarla a Ronaldo e a Baggio. Mi consentirà di paragonarla al Capitano (Francesco Totti), al quale riconosciamo lungimiranza, intelligenza e precisione nei passaggi.”

Dopo lo sterminato applauso, è affiorata qualche ruga di illuminazione sulla fronte di qualche deputato: “E se tenessimo buono il Pupone per farlo Presidente della Repubblica?”.

Il bicchiere era colmo e imponeva una sosta benefica per procedere alla analisi illogica di questa abbuffata di troppe massime ficcate nei contenuti minimi delle proposte politiche.

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