Il quaderno dei praticoni

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In un angolo della soffitta, sorvegliata da un ragno che rivendica il suo regno per un cavallo a dondolo, ritrovo la mia piccola logora cassapanca, così logora da sbucare dal passato nelle vesti di una panca stanca, lavorata ai fianchi dal Tempo Molesto.

Sollevando il coperchio, dentro il risveglio dei folletti del legno che si squaglia, sbircio nella penombra, con la curiosità di un furetto sovrappeso. E fra centurie di fogli e foglietti di antica filigrana riscopro il mitico quaderno dei praticoni, sacro testo di mia nonna Marcella, invaso da una scrittura diligente e certosina, vergata nell’epoca in cui imperavano il rimedio dei guaritori autarchici e la medicina dei maghi e degli stregoni caserecci. Santo cielo, quante pagine di consigli pratici, dalla efficacia forse discutibile e opinabile ma dal fascino incommensurabile.

Aceto: si usava imbevendo ritagli di stoffa, a sua volta ritagliati da precedenti ritagli, che si ponevano sulla fronte contro il mal di testa. Mi pare di rammentare, dopo alcune ore di rigoroso impacco, un certo profumo di carpione che si diffondeva al di sopra dei globi oculari, producendo appetiti rari.

Acqua dei chiodi: era quella in genere utilizzata da chiodari e fabbri per temperare i chiodi roventi, una portentosa soluzione per lenire i dolori di pancia. Il problema maggiore risiedeva nel privilegio di conoscere un fabbro, che possibilmente  non soffrisse  di crampi addominali. La faccenda si sarebbe, in quel caso, maledettamente complicata.

Castagna d’India: risultava decisiva per debellare le emorroidi che beneficiavano, dal fondo di una tasca, della lenitiva onda d’urto del frutto d’ippocastano. E se la tasca si bucava, il fastidio riprendeva potere, divampando nell’epicentro del sedere.

Chiarata d’uovo: assolutamente miracoloso per le distorsioni, l’albume veniva sbattuto per benino e poi spalmato sulla parte dolente. Dove finisse il tuorlo, resta nel limbo delle mille frittate dei praticoni…

Lama di coltello: si applicava sulle punture di insetto e sui bernoccoli. purché fosse fredda come ghiaccio. La fase di recupero restituiva una sensazione fantastica, pur nella semi paralisi artica.

Limaccia: occorreva inghiottirla viva, che fosse viva e blandamente vivace, per debellare i subdoli attacchi d’ulcera. Pare che l’accorgimento funzionasse, pur rivelandosi scivoloso e fastidiosamente bavoso. 

Ragnatela: agiva sulle ferite come emostatico ed era preferibile ricorrere a quella recuperata da un luogo dove si conservavano pane e farina. L’espediente doveva restare totalmente segreto: zitti e mosca, favorendo anche la ragnatela.

Latte di fico: straordinario contri i porri, le piccole escrescenze e le inopinate proditorie protuberanze. Quasi in ogni casa c’era una albero di fichi e se mancavano i porri il fattore giocava a favore di un maggior numero di vasetti di marmellata.

Si è fatto tardi e ripongo il quaderno dei praticoni nella remota cassapanca. Abbandono la soffitta e, mentre solfeggio gli scalini, il 202, ancora giovane, mi zavorra con la sua tentacolare complessità. Una ridda di pensieri contundenti  invade la mia mente, conducendola nel labirinto degli interrogativi esistenziali. Ondate di ansia mi assalgono, nell’affanno del batticuore che martella perfino il battiscopa della sala.

Cavolo, mi sono scordato di completare l’indagine sui toccasana di un tempo: domani inizierà una nuova investigazione a tutto campo per scoprire un antidoto contro l’orchite.

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