Il sudoku dura poku

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Al costo di qualche stramaledetta moneta, è sempre possibile acquistare il passaporto per l’inferno: un inferno fatto di pagine zeppe di griglie dove irridenti numeri sfrigolano il cervello, imponendo una ferrea logica in un sabba di malefici incastri, irrispettosi delle teste ottuse e delle concatenazioni confuse. 

Per il Genio del Sudoku, cintura nera delle trappole che inguaiano lo sterminato esercito di tutti coloro che dispongono di un Q.I. deboluccio, diciamo rabberciato e malmesso, la regola è una sola, chiara e ineluttabile, pesante e pedante: si devono riempire 81 quadratini di numeri in modo che ogni riga, ogni colonna e ogni riquadro contengano le cifre da 1 a 9 una sola volta.

Una volta per tutte, una sola fatidica volta.

Detta così, la faccenda potrebbe sembrare sufficientemente ovvia ed elementare.

Ma fra il dire e il fare oscilla quella parola giapponese che oscura il Sol Levante dentro una nebulosità calante. 

Resto dell’opinione che i giapponesi, fra i tanti infiniti meriti acquisiti, avessero una piccola tara da gestire: chiudere i numeri in gabbia e addomesticarli in una una sorta di intrattenimento da circo, dove il 7 o il 9 esercitassero la onorata professione del leone – trapezista senza rete di sicurezza.

Sudoku deriva da SU , che significa numero, e DOKU, che si può intendere come singolare o unico.

Un matematico, suppongo non un poeta, lo ha definito un costruttivo virus mentale  che si propaga senza ostacoli di nazionalità, razza o religione, con la prerogativa di imporsi come ottimo corroborante per la buona salute dei neuroni. 

Un poeta, suppongo non un matematico, lo ha ridefinito un tic mentale che dissemina filotti di dinamite nei meandri del cervello, ,sparpagliando un incontrollabile panico fra le lettere dell’alfabeto, terrorizzate all’idea di venire esautorate dall’orda numerica sino al totale annientamento del linguaggio fra umani

Converrete, per esempio, che assolutamente diverso sia il risultato e l’effetto estetico della fulminante poesia di Salvatore Quasimodo: “Ed è subito sera” se ritradotta nell’arido linguaggio del lirismo da Sudoku . “3- 1-7-9-5-4-2-6-8 ” .

Nella contingenza si rischia di transitare direttamente nella notte più nera, prendendo strambate in ogni spigolo anche se gli spigoli non ci sono.

Per giocare a Sudoku servono una matitina da Sudoku e un gomma da Sudoku: consigliabile sarebbe anche il prezioso manuale “Come impadronirsi del gioku a poku poku”, in vendita nelle migliori edicole, ai numeri civici che vanno dall’1 al 9 ,sia ben chiara la regola cinica.

Personalmente mi servono una buona mezz’ora per temperare la matitina e un’altra mezz’ora per testare il tasso di surriscaldamento della gomma.

Altri 30 minuti mi ci vogliono per contare le goccine di Valium da spillare nel bicchiere enigmistico, debitamente sagomato da un provetto soffiatore pitagorico di Murano.

Quando queste onerose mansioni si sono esaurite, resta la parte più dolorosa ma nel contempo felicemente decisiva:

occorre lucidare per bene, con pragmatico metodo e con l’energia dell’olio di gomiti, la fiammeggiante lama del Katana, la mitica spada giapponese con l’impugnatura a due mani.

Dopo aver insultato quanto basta i petulanti numeri incriminati, è sufficiente affondare l’aggeggio super affilato nella abominevole e strabordante ciccia accumulata , strato dopo strato, ai tempi del Covid.

E in un attimo , un attimo fuggente e tagliente, trovi la beata scappatoia che ti autorizza a stramazzare al suolo, anche sul tappeto buono di casa.

Lasciando una inestimabile eredità ai patiti del Sudoku: il Giùdoku.

Una variante forse avariabile ma non così detestabile.

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