India: le rivolte della fame

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Lo scorso 23 novembre nella Repubblica indiana è stata lanciata la più numerosa mobilitazione popolare a scopo politico della storia. Decine di milioni (con alcune stime che arrivano a 150) di contadini hanno iniziato uno sciopero sostenuto da sindacati, partito comunista indiano e il congresso nazionale indiano che fu di Gandhi.

Le proteste sono state scatenate dalla catastrofica malagestione dell’emergenza Covid e soprattutto da una serie di proposte di legge da parte del partito di governo  Bharatiya Janata Party (BJP).

Il BJP è un partito di estrema destra corporatista, proponente di un’ideologia che immagina un’India al 100% religiosamente e culturalmente indù. Nel 2014, una decisa vittoria del partito ha messo al potere il premier Narendra Modi, tutt’ora in carica.

Il governo Modi è colpevole di molti torti nei confronti di ampie fasce della popolazione indiana. Un esempio è la spinta per “riallocare” le popolazioni musulmane, spedite temporaneamente in campi di lavoro in attesa di venire espulse dal paese. Milizie e “squadracce” BJP si sono macchiate di numerosi linciaggi e violenze, da stupri di gruppo a uccisioni in base al possesso di carne di mucca (animale sacro per gli indù). Il BJP è colpevole anche della sofferenza causata dal Covid nelle aree più povere del paese, lasciate non solo senza assistenza medica o economica ma persino senza beni di prima necessità come l’acqua. Nel corso dei mesi, numerosi disordini si sono propagati nelle aree rurali dell’India al grido di “siamo senza acqua per permettere alle fontane degli hotel di Delhi di funzionare”.

Ma la principale motivazione che ha portato alla mobilitazione generale di pressoché ogni sindacato (tranne quelli allineati al BJP, comunque poco rilevanti) sono un set di tre nuove leggi ora comunemente definite “leggi anti-contadino”. Si tratta di un disegno di legge con lo scopo di privatizzare e liberalizzare il settore agricolo. Per contadini e simpatizzanti questa non è una prospettiva positiva: Ad oggi, lavoratori nel settore agricolo possono vendere i loro prodotti a intermediari statali che garantiscono un “prezzo minimo di sostegno”. La leadership contadina e sindacale sa che aprire a una liberalizzazione del mercato agricolo significa lasciare centinaia di milioni di contadini indiani (con bassi tassi di alfabetizzazione e educazione generale) alla mercé di corporazioni straniere che non saranno tenute a rispettare un prezzo minimo per i prodotti agricoli.

La situazione inizia ad essere fuori controllo per il BJP. Già sei negoziati tra governo e leader dei vari movimenti in protesta sono stati inconclusivi, e le immagini della gratuita violenza perpetrata da polizia e milizie nazionaliste stanno iniziando a girare il mondo. Leader occidentali come il Canadese Justin Trudeau hanno denunciato la risposta di Modi alle proteste (inizialmente pacifiche) e  la buona Greta Thunberg è stata dichiarata “una terrorista” dal governo per aver sostenuto gli scioperanti.

Le proteste sono state promosse principalmente dal partito comunista indiano e da sindacati ad esso associati. L’India si stava già confrontando con un’insurrezione comunista nell’est del paese (movimento Naxalita) e l’esemplare risposta all’emergenza medica Covid da parte dello stato del Kerala (unico stato indiano a guida comunista) non ha fatto che aumentare il supporto a formazioni di sinistra opposte al BJP. Modi è stato costretto a tagliare le telecomunicazioni con Delhi, ora occupata da migliaia di contadini in pieno sciopero della fame. È difficile vedere come andrà a finire, ma una cosa è certa: Siamo solo all’inizio.

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