La Biancaneve del Novecento

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“Biancaneve nel Novecento”: una storia che affascina, “prende”, induce alla riflessione, rattrista e stupisce. E sul finale commuove. Bello, bello il nuovo romanzo di Marilù Oliva.

Biancaneve: tutti conosciamo la fiaba dei fratelli Grimm, pubblicata per la prima volta nel 1’812. Ognuno di noi ne ha tratto i suoi insegnamenti, nel bene come nel male (diciamolo subito: il finale può anche essere discutibile). Ma se per sfida intellettuale, o esercizio letterario, ne provassimo ad immaginare una sua versione nel secolo scorso, nel Novecento, come la mettiamo ? 

Leggiamo allora l’ultimo libro di Marilù Oliva: “Biancaneve nel Novecento”, edito da Solferino. Lei, l’autrice di Bologna, con una scelta dettata dalla sensibilità, dalla fantasia e dall’acutezza (oltre che dalle infinite letture…), imposta la narrazione su due piani separati. Con due voci narranti: Bianca, una ragazza nata negli Anni Ottanta nei dintorni di Bologna, e Lili, una deportata a Buchenwald costretta ad un’esperienza fra le più atroci immaginabili. 

La prima ha un padre che l’adora. Sembra un attore cinematografico e gestisce una palestra per pugili. Questo per l’immagine, poi in pratica conclude poco. L’amore che nutre per la figlia è però autentico. La madre invece è anaffettiva, come lavoro fa la venditrice ambulante e sulle sue spalle grava il mantenimento della famiglia. Cede tanto e spesso all’alcool, ma questo non le impedisce di mantenere una sua avvenenza. Una matrigna, o almeno fa di tutto per farsi vivere come tale da Bianca.

La seconda protagonista, Lili, invece è costretta dalla durezza della Storia ad una delle esperienze nemmeno concepibili. In un campo di concentramento ha una sola soluzione per sfuggire alla morte: praticare il mestiere più vecchio del mondo. In un contesto di fame, violenza e morte accadeva pure questo, ai tempi del nazismo. Lili, in capitoli brevi e acuminati, racconta questo dramma senza occultare alcun risvolto psicologico. 

Una viene respinta dal necessario affetto materno, l’altra deve annullarsi, scomparire, per sopravvivere: la doppia valenza di Biancaneve è definita da questi parametri. Anche se il romanzo trova linfa in tanto altro. A livello di contenuti, con la biografia di Candy, la mamma di Bianca. Qui si fanno i conti con tutta la storia del dopoguerra: dalle stragi che hanno sconvolto l’Italia a Cernobyl, dal miracolo economico al flagello dell’eroina, che in pratica ha falcidiato una generazione intera. Nelson Mandela e cartoni animati giapponesi, titoli di romanzi e canzoni: la narrazione della Oliva è davvero ricca, variegata e precisa, come a voler «segnare» ogni momento della narrazione in un preciso contesto storico, che del resto l’ha condizionato se non generato. E per il lettore sono emozioni ma anche riflessioni. In poche parole un romanzo completo. Con l’intercalare dei capitoli ed il passaggio di testimone da Bianca a Lili le 350 pagine catturano. Merito di una scrittura interessante: nitida e calzante, precisa nel lessico e chiara nella sintassi. Merito di un protagonismo coniugato al femminile, toccante e profondo.

Tacciamo il finale, per certi aspetti commovente. Marilù Oliva ha nelle sue corde anche il genere “noir”, per cui la riflessione sul confine tra il bene ed il male, il colpo di scena, la catarsi conclusiva che forse che sì forse che no, tutto questo trova spazio in “Biancaneve nel Novecento”. Che, neanche farlo apposta, risulta essere uno dei primi titoli “nominati” per il premio Strega 2021. Poi le cose andranno come andranno, e non solo per meriti letterari, però questo riconoscimento, a nostro modo di vedere, è assai significativo. Oltre che meritato.

“Biancaneve nel Novecento”, di Marilù Oliva, 2020, ed. Solferino, 2020, pag. 350, Euro: 19,00. 

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