La Davos nel deserto

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Il 28 gennaio scorso, nel corso della conferenza Future Investment Initiative (FII), Mohammed Bin Salman, rampollo della casa reale, ha affermato che l’Arabia Saudita mira ad investire 220 miliardi di dollari per trasformare Riyad in una città globale entro il 2030, in grado di ospitare 20 milioni di persone.

Tale volontà è al centro della strategia di riforme promossa dallo stesso principe ereditario nell’aprile 2016, la cosiddetta “Saudi Vision 2030”.

La FII è stata lanciata nel settembre 2017 dal Public Investment Fund, potente fondo sovrano saudita, nel contesto del programma di riforme economiche e  sociali, evento alla sua quarta edizione ribattezzato “la Davos nel deserto”.

Alla conferenza internazionale svoltosi a Riyad, ha partecipato il senatore Matteo Renzi, mentre il governo italiano si trovava in una crisi istituzionale innescata dallo stesso leader di Italia Viva.

Secondo il quotidiano “Domani” Renzi ricopre un incarico nel comitato consultivo dell’istituto, per cui percepisce uno stipendio annuo che può arrivare fino a 80 mila euro, in base alle partecipazioni a riunioni ed eventi del FII.

Un Senatore della Repubblica (ed ex presidente del Consiglio dei ministri) può svolgere attività extra-parlamentare, nel bel mezzo di una crisi politica e prima di essere al Quirinale per le consultazioni, viaggiando su un jet privato offerto dal fondo sovrano di un altro Paese, ad un evento internazionale?

È giusto che egli percepisca un compenso regolare, come membro del consiglio di fondazione, per promuovere gli interessi internazionali di quello stesso Stato?

Sicuramente i soldi non c’entrano; piuttosto c’è la questione morale e l’opportunità politica nello scegliere il momento proprio quando il Paese si trova in piena crisi.

In assenza di regole precise in grado di sanzionare comportamenti che possano minare l’integrità delle istituzioni, Matteo Renzi non ha violato alcuna normativa, ma se fosse stato un membro della Camera il problema sarebbe stato diverso.

Il Consiglio d’Europa aveva chiesto all’Italia, insistentemente già dal 1997, di introdurre un codice di condotta per i parlamentari, approvato poi dalla Camera nel 2016, mentre il senato è rimasto indietro e non ha mai colmato questa lacuna.

Il 5 dicembre 2019 in una diretta del programma “Piazzapulita”, Formigli chiedeva a Renzi: “Da senatore, si pone il problema etico quando tiene conferenze in paesi che violano i diritti umani come l’Arabia Saudita”?  E Renzi risponde: “Non c’è incompatibilità, se fossi un ministro  o il presidente del Consiglio sarebbe diverso”.

Tuttavia definire l’Arabia Saudita il “luogo del nuovo rinascimento” è una forzatura che merita una chiara risposta.

Il principe nero è alla guida di un paese che ha fatto uccidere il giornalista Khashoggi, fatto a pezzi all’interno dell’ambasciata di Istambul e poi, molto probabilmente, sciolto nell’acido. Bin Salman è uno che viola i più elementari diritti umani, reprime la libertà di espressione, pratica la pena di morte, perseguita e detiene in carcere diverse decine di persone ree di aver criticato l’operato della casa reale, arresta i membri della minoranza sciita, processa le attiviste per i diritti delle donne in tribunali penali speciali che si occupano di terrorismo (leggi qui sotto).

ed infine commette crimini di guerra bombardando i civili yemeniti, in modo diffuso e sistematico.

L’Arabia Saudita è un Paese canaglia e in Medio Oriente gioca un ruolo destabilizzante, finanziando terroristi taglia gole grazie ai soldi pompati dalla privatizzazione del 5% della compagna petrolifera statale Aramco.

Sarebbe questo l’uomo del nuovo rinascimento saudita?

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