La lunga strada di Masina Gelsomina

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100 anni fa nasceva Giulietta Masina a San Giorgio in Piano, a un tiro di schioppo da Bologna. Compagna e irrinunciabile musa di Federico Fellini, nello strambo e forse non casuale gioco delle concatenazioni, il ricordarla richiama l’indubbia predestinazione delle parole: Musa, Masina, Gelsomina, fino a riportarci su quella strada percorsa con il rude Zampanò, su un bizzarro carrozzone che diventa il suo guscio, così diverso dalla casa dove viveva in riva al mare.

“La Strada” uscì nelle sale cinematografiche nel 1954 e suscitò subito animate e contrastate critiche, soprattutto da parte di coloro che lo omologarono come un film poco utile al contributo “dell’illuminismo sociale”, quasi tradito da un regista che si era rivelato, sino ad allora, un costruttivo compagno di idee.

Eppure la storia di Gelsomina e di Zampanò ancora oggi emoziona e il suo epilogo, come ebbe a dire Martin Scorsese, conquista totalmente con il messaggio della forza dello spirito che prevale sulla gratuita violenza.

Giulietta Masina, Gelsomina per poi fondersi in “GelsoMasina”, riscosse un incredibile successo a livello internazionale e forse le parole più belle e gratificanti furono quelle che le arrivarono dal grande Charlie Chaplin.

L’interpretazione è incredibilmente emotiva e il ruolo pare appartenerle dalla storia del suo tempo: fragile e vivace, ingenua e infantile, candida e semplice ma soprattutto sincera sognatrice, riesce a spartire la quotidianità con un uomo rozzo e cartavetrato che quasi implode nella sua maestosa sguaiatezza quando, nel gran numero dell’”espansione dei muscoli pettorali” riesce a spaccare la catena, pronunciando immancabilmente le stesse parole.

Se Zampanò insegue la fascinazione del vino e delle donne di vita, Gelsomina resta incantata alla semplice vista di una tromba e dal malinconico motivo che le insegna “il matto”, compagno di viaggio poi ucciso da Zampanò.

È stato opportunamente scritto che la nobiltà del film si regge soprattutto sull’innocenza e sulla poesia dei gesti della fanciulla: e chi mai saprebbe imitarla nel roteare quegli occhi espressivi e tondi, un esercizio da navigato clown che trastulla il suo immancabile cappello inclinato sulla fronte?

“La strada”, a distanza di quasi settanta anni, resta una lirica metafora e una fiaba vissuta “on the road”, nel palpitare di un paesaggio ventoso e nel fraseggio di un amore scorticato e infelice.

Scavando nel mistero profonda che possa rendere la vita degna di essere vissuta, Gelsomina, umiliata da Zampanò, si interroga sul senso della sua esistenza.

Allora il Matto, una specie di angelo sui generis, cerca di spiegarle l’arcano raccogliendo un sasso da terra per poi pronunciare la sua elementare oceanica riflessione.

“Se questo è inutile, allora è inutile tutto- anche le stelle”.

Il Matto, che matto non è, porge il sasso a Gelsomina e lei sorride e comprende pienamente.

E può succedere che anche lo spettatore capisca, condividendo o dissentendo poco importa.

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