L’arazzo di Guernica salta la sede dell’ONU

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Fu di Nelson Rockefeller, già vicepresidente degli Stati Uniti durante il mandato di Gerald Ford e sovrastante rampollo di una delle dinastie più potenti del Gotha americano,  l’idea di parcheggiare all’ONU il prezioso arazzo raffigurante la Guernica di Pablo Picasso: l’opera che calamitava gli sguardi davanti all’ingresso del Consiglio di Sicurezza rappresentava l’emblema della condanna della bestialità di ogni guerra.

I Rockefeller, forse in un rigurgito di egoismo e di orgasmo di riappropriazione, si sono ripresi il capolavoro interpretato, in undici colori, da una giovane tessitrice dalle mani d’oro, Jacqueline de la Baume, unita da una profonda comunione artistica con il grandissimo pittore morto nel 1973, lasciando l’impronta del genio del secolo.

Il magico arazzo, ospitato per tre decenni negli spazi del Palazzo di Vetro, abbandona mestamente il luogo delle diplomazie incrociate, sottraendosi alle attenzioni di ministri, politici, ambasciatori, plenipotenziari e “vuotipotenziari”,  presidenti e delegati, spesso attratti dal drappo che riassume, nell’immane disperata creatività di Pablo, il bombardamento ella città di Guernica, perpetrato nell’aprile del 1937 dalla Germania nazista e dalla Italia fascista.

Le Nazioni Unite perdono così un vero e proprio tesoro dove palpita il turbamento soggettivo di un Picasso devastato dal valore eterno della sofferenza.

L’auspicio è che il vero e proprio fiume che trascina a valle le drastiche immagini metaforiche dello sgomento rimanga permanentemente nei richiami prioritari della diplomazia del mondo, comunque demandata a lavorare per sgominare i disertori della coscienza collettiva e i traditori del rispetto della non violenza.

Lo spiacevole commiato dal fatidico arazzo potrebbe essere ufficializzato in una seduta generale, dedicata alle ulceranti parole uscite dal prolifico frastuono di un uomo  immerso, suo malgrado,  nel folle delirio e nella menzogna di Franco: 

“Urla di bambini, urla di donne, urla di uccelli, urla di fiori, urla di alberi e di pietre, urla di tegole, di mobili, di letti, di sedie, di tende, di tegami, di gatti e della carta, urla degli odori che cercano di afferrarsi l’uno con l’altro, urla del fumo che colpisce alle spalle, urla che cuociono a fuoco lento nelle grande conca e della pioggia di uccelli che inondano il mare”.

Mentre la Fondazione Rockefeller gioca all’acchiappatutto qualche storico delle vicende ONU rammenta ancora, con una vena di inesplicabilità, l’episodio del gennaio del 2003 quando l’allora segretario di Stato Colin Powell si presentò davanti al consesso internazionale per svelare il traballante dossier delle prove, più o meno mescolate e rimescolate, che invocavano un intervento armato in Iraq: nella particolare contingenza,  l’arazzo di Guernica venne coperto con un telo, per evitare imbarazzo e grossolano impaccio.

E la censura di una poderosa ingiunzione a non procedere si convertì nella vasta adesione a una guerra costruita dalla menzogna.

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