Nero? Non puoi essere avvocato

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Un avvocato di origine nigeriana a Napoli e degli screzi discriminatori in magistratura. Quanto siamo colpevoli inconsapevolmente anche noi a volte?

È lo stesso motivo per il quale nel vagone l’unico a cui chiedono il biglietto sei tu. Il motivo per cui la signora quando la incroci stringe la borsetta. Il motivo per cui se c’è un controllo di polizia tu sei il primo ad essere perquisito. Chiamatelo come volete ma è nel profondo dell’animo di ognuno di noi, senza che ce ne accorgiamo. Si chiama pregiudizio.

È esagerato? È brutto da dire? Certo, me è così. Se incrocio tre bianchi che chiacchierano non me ne accorgo quasi, se lo stesso crocchio è composto da neri? Non fingiamo, non verniciamo patine di perbenismo su una reazione che in fondo è naturale. Siamo abituati da millenni a diffidare dal “diverso”, che abbia una acconciatura, un dialetto o una postura diverse dalle nostre.

Ancestrali istinti territoriali si agitano dentro di noi quando un estraneo, o quello che noi riteniamo tale, viola il nostro magico cerchio. E se sei nero, è come se avessi un semaforo sulla testa.

Hillary Sedu, è avvocato al foro di Napoli. La storia molti di voi l’avranno già sentita. 

Nel tribunale dei minorenni, una causa di affido, il giudice onorario a un processo chiede il tesserino di avvocato a Sedu, e fin qui ci sta. È compito anche dei giudici verificare le credenziali degli avvocati, ma poi la cosa scivola tristemente negli stereotipi che conosciamo: “Ma sei avvocato avvocato?”

E poi proseguendo: “Ma sei laureato?”. Sedu Inghiotte amaro, per il bene del cliente, ma macina rabbia. E domandatevi se la stessa cosa fosse accaduta a un bel ragazzo bianco in giacca e cravatta (guarda il video).


Non è tanto lo stupore nel vedere un avvocato di colore, quanto la pochezza nel cadere, da parte di un magistrato che nel frattempo ha constatato l’identità dell’uomo, nel perseguire nel suo stupore. E certo, sei nero, mica potrai essere avvocato, non vendete collanine voialtri? Deve essere stato il pensiero. E per buona misura ti do del tu, perché agli inferiori non si dà del lei.

Hillary Sedu non è stato a guardare e ha condannato il gesto. E anche questo vi da fastidio, perché il bravo servo deve starsene zitto e ringraziare la fortuna di vivere in mezzo a noi. 

È come se avesse i diritti a metà, immaginario visconte dimezzato che vaga in cerca di ciò che non avrà mai.

Sedu lascia sfogare la sua rabbia e scrive: “No, non è razzismo, è solo idiozia. È l’ incompetenza di un organo amministrativo che non sa scegliere i componenti privati in ausilio della macchina giustizia. Comunque, cara giudice (onorario) sono anche Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Napoli”.

Ogni volta che dubitiamo, ogni volta che lasciamo agire nella nostra mente stereotipi vecchi e ammuffiti come libri abbandonati in una vecchia biblioteca, manteniamo il nostro mondo nel passato. Così feriamo e uccidiamo un poco ogni giorno chi ha la pelle più scura della nostra, una pelle che nel nostro misero vissuto significa povertà, ignoranza e crimine. Ogni volta che ce ne usciamo con sciocchezze del genere, figlie del pregiudizio, facciamo male a una di queste persone. 

Essere nero in Europa non è facile. Essere nero in mezzo a bianchi pieni di pregiudizi ancora di più. E di pregiudizio in pregiudizio arranchiamo nelle nostre convinzioni e cioè che chi ha la pelle scura non può avere la giacca e la cravatta, non può possedere una bella macchina, non può fare un mestiere qualificato. 

La strada di queste persone è tutta in salita. Una salita che è più dolorosa quanto più sono integrati come Sedu. 

Perché soffre di più chi ha avuto la consapevolezza di esistere e di averne pieno diritto. 

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