Quando l’Italia barattò le sue colpe

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La Giornata del Ricordo venne istituita, per legge, dall’allora governo Berlusconi, il  30 marzo 2004, per ricordare le vittime italiane durante la Seconda Guerra Mondiale in Jugoslavia. Ma perché questa commemorazione nasce quasi 60 anni dopo?

Correva l’anno 1947. Era il 10 febbraio e gli Stati vincitori e vinti della Seconda Guerra Mondiale, si recavano nella Capitale francese per sottoscrivere i trattati di pace di Parigi. Fra i firmatari, la vittoriosa Jugoslavia, a cui vennero assegnate l’Istria, la provincia di Zara, del Carnaro del Carso triestino e goriziano, e l’alta valle dell’Isonzo fino a Salcano; territori tutti tolti all’Italia che, dal conflitto, uscì sconfitta.

Esattamente 57 anni dopo, nella stessa data, verrà istituita la Giornata del Ricordo, in memoria delle vittime e degli esuli istriani e giuliano-dalmati. Una commemorazione importante, perché ricorda la tragedia delle foibe e il dramma di centinaia di migliaia di italiani, costretti a lasciare le proprie case.

Purtroppo ancora oggi questa pagina di Storia è presa d’ostaggio, sia a destra che a sinistra, trasformando così la memoria dei superstiti in una bandiera ideologica. 

I fatti e i numeri 

Era l’aprile del 1941 quando il Regno di Jugoslavia venne invaso dalle potenze dell’Asse. L’Italia fascista si impossessò della Dalmazia e della Slovenia. Il regio esercito, durante gli anni di occupazione, diede il la all’italianizzazione forzata di questi territori, con l’obiettivo di spazzare via il patrimonio linguistico, culturale ed etnico della popolazione slava. Sloveni, croati e montenegrini non solo non poterono più parlare la propria lingua o svolgere cariche pubbliche, ma gli furono bruciate le case, distrutti interi villaggi, furono colpiti da furti e stupri, vennero internati in campi di concentramento, fucilati nella pubblica piazza. 

Tutto venne fatto per cercare di sottomettere quel popolo considerato, riprendendo le parole pregne d’odio di Mussolini, “una razza come la slava, inferiore e barbara. Io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

In seguito all’armistizio di Cassibile, avvenuto nel settembre ’43, incominciarono le prime rappresaglie nei confronti dei civili, e non, italiani. Queste, localizzate principalmente in Istria, portarono alla morte di circa 500-700 italiani gettati nelle foibe, di cui 200 furono i corpi però recuperati. 

Ma è a fine guerra che gli episodi di violenza raggiunsero il culmine. Stilare un numero esatto, in questo contesto è più difficile. Secondo gli storici si parla di circa quattromila vittime, fra le zone di Gorizia, Trieste e Istria. Complicato è anche quantificare quanti civili, collaborazionisti e fascisti sono stati uccisi. 

A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al decennio successivo, a seguito dell’annessione dell’Istria, di Zara e del Carnaro del Carso triestino e goriziano, iniziarono le emigrazioni di massa dei cittadini di nazionalità e di lingua italiana. Circa 350’000 persone lasciarono le proprie case e terre principalmente per timore di ritorsioni o di essere sottomessi al nuovo governo jugoslavo, nonostante questo gli offrì la possibilità di ottenere il passaporto jugosalvo. Inoltre, quando il governo di Belgrado si accorse che nell’Istria c’era il rischio di uno spopolamento, bloccò la partenza di centinaia di italiani.

Il baratto delle colpe e il silenzio

Ma perché lo Stato italiano non perseguì la Jugoslavia per crimini di guerra, a conflitto finito? E perché la Giornata del Ricordo è stata istituita quasi sei decenni dopo? 

La risposta è: per semplice calcolo politico. Le autorità italiane, hanno scelto consapevolmente di non ricordare gli esuli dalmati e istriani, esattamente come fatto anche per i connazionali morti nelle stragi nazifasciste, oppure sminuire le leggi razziali contrassegnando gli ebrei come “altro”, non come “ebrei italiani”. 

Questo perché non perseguire significa non essere perseguitati. “Non chiediamo l’estradizione in Italia dei criminali di guerra tedeschi, perché altrimenti saremo costretti a concedere l’estradizione dei nostri”, scriveva l’ambasciatore a Mosca italiano, Pietro Quaroni, nel 1946.

E così si è stati zitti, fino agli anni ’90. La destra dell’epoca doveva lavare la propria casacca, ancora sporca d’olio di ricino, e la sinistra (eccetto l’estrema sinistra) aveva bisogno di allontanare da sé lo spettro del gigante rosso, sbarazzandosi di falce e martello (che poi alla fine non hanno mai tenuto in mano davvero). E allora, quando la politica non riesce a trovare appigli nell’attualità, spolvera i libri di Storia, alla ricerca di nuova carne ideologica da gettare nel fuoco: i fatti accaduti lungo il confine orientale. E proprio grazie al fatto che, oltre quel confine, il conflitto era pronto a riaccendersi, rese molto più facile il riconoscimento di questa giornata. 

Gli “slavi bellicosi” , non più iugoslavi, e “sempre in guerra”, troppi distratti ad uccidersi fra loro per accorgersi o reagire al fatto che in Italia era tornato in auge il caso foibe.

Una giornata per far sì che non accada più

La giornata come quella di ieri serve a commemorare le vittime, non per santificare le azioni fasciste, fare rivendicazioni territoriali, giocare al derby fra partigiani comunisti e camerati neri, né tanto meno criminalizzare un’intera etnia o popolo. 

Per questo, Gas vuole ricordare tutte le vittime innocenti: italiane, ma anche slovene, croate e montenegrine, come anche quelle di ogni altro paese in guerra. La guerra quasi sempre è persa dal popolo e quasi sempre vinta dai potenti. Ieri, oggi, domani e ogni giorno dobbiamo ricordarci di non dimenticare che la guerra va disprezzata, esattamente come chi la provoca.

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