San Valentino e il gourmet hard

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Nata come festa religiosa grazie al martire Valentino da Terni, l’appuntamento dei cuori intrecciati affonda le sue radici nei Lupercali romani che rappresentavano un evento di purificazione: i secoli ne hanno gradualmente piallato il sentimento originale sino ad accelerare nuove consuetudini che oggi le tentazioni del delivery gourmet ci propongono con vivace fermento.

Un significativo quantitativo di coppie, non ancora scoppiate e tuttora coscientemente o incoscientemente avvinghiate nelle magie dell’invaghimento (magari con tanto di eterne promesse di fedeltà delegate a un lucchetto appeso alla ringhiera incombente sul fiume che scorre) potranno spaziare nelle infinite praterie del geniale delivery gourmet tentatore.

Ai miei tempi, quelli dove Berta filava ma filare con Berta non era sempre facile, ci si impantanava nello scambio di idiote poesie più o meno melense e nel fraseggio di bigliettini dove si giocava a eccellere nel propinare alla amata stucchevoli aforismi così zuccherosi da spedirti sull’Olimpo dei platonici diabetici: a seguire, se le costellazioni dei risparmi risultavano favorevoli, piovevano fiori – in genere rose rosse alla Massimo Ranieri – e artistiche scatole di cioccolatini, dove in effetti, anticipando la mitica frase di Forrest Gump, non sapevi mai cosa avresti pescato  fra un mirabolante mandorlato fondente e un pencolante pasticciato scadente.

La gamma delle cene romantiche da diporto segue quest’anno più che mai l’ago della bussola delle divagazioni erotiche e subito mi porta alla memoria quella bella frase scovata nel Kamasutra illustrato, chissà quante volte didatticamente sfogliato: “Il suo alito è aroma di miele ai chiodi di garofano e la sua bocca  deliziosa come un mango maturo. Baciare la sua pelle è assaggiare il loto e l’incavo del suo ombelico è un ricettacolo di spezie. Quali altri piaceri vi si adagino, lo sa la lingua, ma non può dirlo”.

Sarà da imputare alla quarantena, alla sfibrante inerzia da Covid, al caracollare del livello di libido davanti ai bollettini del contagio, alle stentate dichiarazioni affettuose criptate dalla dilaganti mascherine: l’apice della compensazione si ritrova in una sterminata proposta di menù tentatori, allettanti come il canto delle sirene di Ulisse. E allora ne selezioniamo uno per tutti, ardito e ordito quanto basta per garantire un post serata di ragguardevole filigrana passionale.

Questa succulenta provocazione delivery gourmet rappresenta l’anticamera dove Catullo sussurra a Lesbia: “Dammi mille baci, e poi cento, poi altri mille e altri cento, poi ancora altri mille e altri cento”, senza esagerare ovviamente. Eccovi lo schema prescelto, partendo dall’antipasto che prende il titolo di “Pica Pica di canocchie”: che infilzate in uno spiedino, marinate con vino, alloro, sale e limone fanno un figurone, sono sensuali e sollecitano il palato.

Il piatto forte: “Calamari luculliani” , un capolavoro dello chef, una ricettina squisita, un delirio di sapori sguazzanti nel sughino nero ben rappreso, dopo l’amorazzo iniziale dentro un soffritto di cipolla con aglio, sale, noce moscata e pepe. Tanto pepe, quanto non basta, sino allo sfinimento.

Il lieto fine è racchiuso in due dolci: “Madame Bovary”, dove kirsch, mascarpone, savoiardi sminuzzati, amarene e ribes celebrano la frivola eroina di Flaubert; a suggello, “Seno di novizia”, un intrigante dessert che rammenta la crema chantilly, con accorate sfumature di essenza di vaniglia che i sensi scompiglia.

Per il vino, fate voi. Dopo la parabolica degli amplessi, mi sentirei di consigliare un Blak Dog fatto con grappa, succo di tabacco e polvere da sparo. Se lo scolava un mio antenato, sulle montagne del Colorado a ottomila piedi di altezza, attaccato a un falò che mitigava il freddo polare, annodato alla sua bella masticando salsicce d’alce e fegato crudo di bufalo marinato nella birra. Ma forse questa è un’altra storia, troppo ruvida e plateale per un tipo per benino come San Valentino. 

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