Ticino, sempre alla canna del Gas

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Negli scorsi giorni i mezzi di informazione ticinesi hanno riportato i risultati di un’indagine sui redditi effettuata in collaborazione tra la Banca Cler e l’istituto di ricerche economiche Bak di Basilea. A mia conoscenza nessun politico di rilievo ha commentato i dati ticinesi, certamente non entusiasmanti. Eppure, li sentiamo spesso affermare, senza nessun dubbio, che la nostra economia è competitiva. 

Che sia la strategia del “non mettere le dita nella piaga”? Noi, invece, nel nostro piccolo, una qualche considerazione la facciamo. Non ci soffermiamo più di tanto sui dati che sono facilmente reperibili online ma un breve riassunto è necessario. 

Se nel Canton Zugo il reddito mediano di un’economia domestica è di 66’100 franchi in Ticino è di 44’500, cioè al penultimo posto. Tra il 2007 e il 2017 il reddito mediano delle famiglie svizzere è aumentato del 7%, mentre il numero dei milionari ha fatto un balzo notevole del 52%. In questo lasso di tempo – Ça va sans dire – il divario tra ricchi e poveri è aumentato, anche se nel confronto internazionale la nostra distribuzione del redito non è messa male (ma questa affermazione andrebbe relativizzata all’evoluzione degli ultimi decenni).

Ma torniamo al nostro Ticino. Le conclusioni dei ricercatori sono interessanti e le riprendo dal sito online Ticinonews. “Gli autori dello studio spiegano i redditi bassi in Ticino con gli stretti legami che il cantone ha con l’area lombarda: la vicinanza alla zona euro fa sì che la pressione sui prezzi e quindi anche sui redditi sia molto più alta che nella media elvetica. Inoltre, più del 25% dei lavoratori del cantone italofono è costituito da frontalieri, che hanno pretese salariali nettamente inferiori a quelle degli svizzeri”. Una domanda viene subito spontanea: ma se il problema sono i frontalieri che esercitano una pressione al ribasso sui redditi perché non abbiamo la stessa situazione a Ginevra o nei due semi cantoni di Basilea, tanto per citare i cantoni dove la percentuale di frontalieri è simile al Ticino?

Evidentemente ci devono essere delle spiegazioni. La prima, evidente, è che se i frontalieri esercitano una pressione al ribasso dei salari significa che da questa parte della frontiera è possibile approfittare della situazione, perché non ci sono sufficienti controlli, perché non ci sono abbastanza contratti collettivi e perché non c’è un salario minimo. Quest’ultimo punto è emblematico. Nonostante il popolo abbia accettato il principio, sono stati necessari anni di discussioni in parlamento e non è ancora attivo.

L’altro motivo è che l’economia ticinese è a basso valore aggiunto e le imprese recuperano competitività puntando sul costo del lavoro e questo nonostante praticamente ogni giorno si senta parlare di start-up, capitale a rischio, innovazione e via dicendo.

La realtà è ben diversa. Facciamo un esempio. Supponiamo che un artigiano, magari in qualche zona discosta delle nostre valli, decida di costruire un nuovo e più funzionale laboratorio, del costo di 700-800’000 franchi che darebbe lavoro a 5-8 persone a tempo pieno. Bene ora vediamo quanto finanziamento pubblico potrebbe ricevere? Massimo 50’000 franchi. Nel frattempo, negli ultimi 20 anni lo Stato ha speso milioni per un’università che non ha generato ricadute degne di una simile istituzione. Sarebbe interessante anche conoscere il bilancio delle varie iniziative quali Copernico, Agire e via dicendo. 

La realtà è che in Ticino non ha capacità innovativa pubblica (semmai qualche bravo imprenditore privato) e lo stato non è capace di fare lo “Stato innovatore”. Fra 20 o 50 anni saremo sempre allo stesso punto: lamentarci degli altri, incapaci di gestire il nostro destino e agli ultimi posti negli indicatori economici.

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