“Tüü taa too”. Sol diesis – mi – la.

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Ho sentito migliaia di volte l’avvisatore acustico dell’autopostale che arrancava lungo gli ultimi tornanti tra Mogno e Fusio. La strada era identica a quella di oggi, ma negli anni sessanta del secolo scorso era molto più trafficata: si stava costruendo la diga del Naret e l’andirivieni degli autocarri che trasportavano cemento era continuo.

Allora non sapevo che quella strombazzata richiama l’Ouverture del Guglielmo Tell di Rossini. Per me quelle tre note erano il cordone ombelicale con il resto del mondo. Perché con l’autopostale del mattino giungevano anche nell’ultimo villaggio di quella che era la Valle Lavizzara i giornali. E quasi sempre alla stessa ora: 8 e 55.

Ecco, da ragazzino per me la “svizzeritudine” era quella: la capillarità e la puntualità del servizio postale. Capillarità a puntualità che, fra l’altro, hanno alimentato la diffusione in abbonamento dei giornali e, di riflesso, contribuito a stimolare il dibattito politico e culturale.

Quali sono però i tratti tipicamente svizzeri? Francamente non lo so, ma mi sono rimaste impresse le riflessioni – raccolte una quindicina d’anni fa dalla Nzz – di due rappresentati del mondo della cultura che hanno vissuto e lavorato a lungo in Svizzera: Nicolas Harnoncourt (direttore d’orchestra austriaco) e Matthias Hartmann (direttore tedesco dello Schauspielhaus di Zurigo). Ebbene, entrambi considerano tipicamente svizzero il fatto di circolare lungo le strade ad una velocità inferiore rispetto al limite massimo indicato dalla segnaletica e per tutti e due si tratta di una cosa incomprensibile.

Immagino che la polizia, dati alla mano, potrebbe contestare le opinioni di Harnoncourt e Hartmann, ma non ha molta importanza. Perché, onestamente, è difficile individuare una spiccata caratteristica svizzera.

Oggi che la Posta è diventata meno capillare, direi che il tratto caratteristico della Svizzera è la democrazia diretta e, soprattutto, la collegialità. Forse è un sistema un po’ macchinoso, ma obbliga i partiti alla mediazione ed impedisce alla maggioranza di ignorare le minoranze. Certo, da qualche anno la collegialità è sotto pressione, ma resiste. Magari a fatica, ma resiste. Perché in un Paese caratterizzato da quattro lingue nazionali ufficiali (e da decine e decine di idiomi regionali) in cui convivono pacificamente culture diverse e che, in definitiva, è formato quasi solo da minoranze, queste ultime non si possono ignorare. E allora la forza della democrazia diretta sta non tanto nelle votazioni popolari, quanto nei processi che portano alle decisioni politiche. Le lunghe procedure di consultazione e i dibattiti nelle commissioni parlamentari, mirano innanzi tutto a permettere alle minoranze di esprimere la loro opinione. In buona sostanza si soppesano i pro ed i contro di ogni decisione, nella non troppo segreta speranza di giungere ad una soluzione che accontenti un po’ tutti. Meglio: che non scontenti troppo nessuno.

La democrazia diretta impone di negoziare costantemente. Di conciliare interessi opposti per raggiungere un compromesso. E a pensarci bene è proprio questo il senso più vero della democrazia: impedire ad una cultura, una comunità linguistica o una forza politica di imporsi e di imporre progetti e proposte unilaterali. Perciò, a dispetto degli slogan, non c’è nessuno che da solo rappresenta “il popolo”. Così come una politica di opposizione è incompatibile con il principio della democrazia diretta che, invece, presuppone la partecipazione di tutti.

Perché la magia della democrazia sta tutta lì: nella necessità di piegarsi, almeno di tanto in tanto, alle opinioni degli altri.

Alberto Cotti

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