Una dieta per il nostro futuro

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Mentre l’altra metà del globo fatica a trovare il modo di mangiare almeno una volta al giorno, noi qui siamo perennemente a dieta. Dopo le feste, dopo il periodo di letargo invernale, dopo l’abbuffata al banchetto di matrimonio, dopo l’immancabile foresta nera per festeggiare il giorno del tuo compleanno. Si mangia troppo e male, ma nonostante ciò, il nostro stile di vita alimentare e non solo, rimane immutato. Passando dagli eccessi di gola più sfrenati al vuoto desolante del frigorifero. Rimbalzando come la biglia impazzita di un flipper da pasti luculliani a desolanti zucchine bollite. Ma se in fondo riuscissimo a modificare il nostro stile di vita alimentare, forse, oltre che farci del bene alla salute, potrebbe finalmente essere l’inizio di un cambiamento globale ed epocale. Potremmo così essere s’aiuto al Pianeta intero. A quel punto, sì, che potremmo dire di aver fatto la differenza, rimediando di fatto a quel che abbiamo fin qui dilapidato.

Uno studio green

Il rapporto di Chatham House, centro di studi britannico specializzato in analisi geopolitiche e delle tendenze economiche globali fra i più accreditati a livello internazionale, parla chiaro. Lo studio patrocinato anche dalle Nazioni Unite, evidenzia quanto sia importate ridurre l’impatto dell’agricoltura su larga scala e degli allevamenti intensivi, per ridare spazio alla natura. Inoltra sostiene anche che dobbiamo ripensare il nostro sistema alimentare globale, altrimenti rischiamo di trovarci travolti da una crisi oltre che sociale e umanitaria, anche climatica, ancora più devastante delle precedenti oltre che senza le risorse necessarie per poterla affrontare.

Cambiare visione per sopravvivere

Il nostro stile di vita e una coerente visione del futuro sono temi all’ordine del giorno per esperti agroalimentari, ingegneri e psicologi. Ma come in ogni cosa, la vera differenza possiamo farla soprattutto noi, nella nostra quotidianità. Si prospetta che nel 2050 il pianeta sarà occupato da 10 (!) miliardi di persone e che, dovendo sopperire alla domanda di cibo a basso costo, si avranno allevamenti e un’agricoltura sempre più intensivi e sviluppati per sostenerne la domanda, togliendo spazi alla natura, alla biodiversità e al mantenimento degli ecosistemi. Ci troviamo in un pericoloso circolo vizioso, che richiede l’aiuto e la collaborazione di tutti, consapevoli del grande potere che ci troviamo fra le mani, quello di poter scegliere ogni giorno cosa mettere nel carrello della spesa.

Natura morta e sostenibilità

Dall’analisi emerge chiaramente che dobbiamo “modificare il modo in cui produciamo cibo” se vogliamo dare una possibilità al nostro Pianeta, infatti è proprio l’agricoltura a larga scala, con l’uso di pesticidi e fertilizzanti, che appresenta una minaccia per 24’000 delle 28’000 specie a rischio di estinzione. Tradotto in altre parole, in cinquant’anni, l’uomo ha fatto sparire due terzi degli animali selvatici del Pianeta. “Se distruggiamo la natura non possiamo né mangiare, né bere, né respirare, considerazione che mette in chiaro che stiamo parlando del tema centrale della sostenibilità” afferma Gianfranco Bologna, presidente del comitato scientifico del WWF Italia.

Dammi tre passaggi

Lo studio dice che è fondamentale chinarsi urgentemente su tre passaggi. Il primo dovrebbe essere quello di andare verso diete più ricche di vegetali e legumi coltivati a chilometro zero, si è infatti calcolato che, nella sola popolazione statunitense, il passaggio da un’alimentazione a base di carne, all’utilizzo di fagioli, libererebbe il 42% dei terreni che potrebbero venire utilizzati per ristabilire gli ecosistemi. Di pari passo è indispensabile cercare di ridurre ulteriormente lo spreco alimentare, già diminuito dell’11% durante la pandemia. Il secondo è quello preservare la natura evitando di usare tutta la terra per l’agricoltura intensiva. Terzo passaggio: coltivare in maniera più rispettosa dell’ambiente, convertendo la monocoltura che sfrutta eccessivamente il terreno, in policoltura. Il rapporto si conclude dicendo che non si chiede di diventare vegetariani, ma di contribuire tutti andando verso un cambiamento individuale e politico.

Il pianeta non deve morire

Un cambiamento di rotta alimentare, oltre ad agevolare la vita di tre miliardi di persone, potrebbe invertire la curva della perdita di biodiversità e ristabilire gli ecosistemi naturali. “Sforzo che ci aiuterebbe anche a ridurre il rischio di pandemie” dicono gli esperti nel rapporto di Chatham House. Magari ricordandoci che, come afferma Telmo Pievani, professore di scienze biologiche presso l’Università di Padova, “Per rimuovere le cause profonde di questa pandemia, non basta trovare il vaccino, ma dobbiamo investire in ricerca per prevenire le zoonosi, malattie trasmesse dall’animale all’uomo, evitando il più possibile l’intromissione dell’uomo negli ambienti naturali.” E mai come ora sappiamo cosa ciò possa significare.

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