Usa: chi paga per la morte di Daniel?

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Daniel Prude, quarantunenne afroamericano con disturbi mentali, fu immobilizzato a terra da alcuni agenti, nel marzo del 2020: ammanettato e incappucciato, venne trattenuto a terra con il volto e il corpo brutalmente premuti sull’asfalto, sino a perdere i sensi. Un Gran Giurì ha stabilito che nessun poliziotto risulta meritevole di alcuna incriminazione.

Si chiamava Daniel Prude e viveva a Rochester: passò all’onore delle cronache perché un medico legale certificò la sua morte, sette giorni dopo l’arresto, per le conseguenze di una asfissia.

La procuratrice generale dello stato di New York ha annunciato che nessuno dei sette poliziotti coinvolti nelle fasi del fermo, tecnicamente efficace, verrà incriminato.

Così ha stabilito un Gran Giurì (e sarà poi veramente così Gran? ) poiché nessun elemento sostanzialmente grave emerge dalla dinamica dell’accaduto. Il caso era stato “riesumato” solamente a settembre, quando la famiglia di Prude aveva fastidiosamente diffuso il video della concitata cattura: si vedevano i paladini della sicurezza infilare, con tempestiva decisione, la testa (ovviamente nera) di Daniel dentro un cappuccio bianco (ovviamente bianco), un involucro “anti-sputo”, solitamente utilizzato per difendersi dalla saliva di chi viene fermato.

Lui, labile di mente, appariva nudo e inerme mentre un ufficiale lo francobollava al suolo, premendogli un ginocchio alla schiena per un paio di minuti, giusti giusti per intuire che il respiro di quel tipo stentava ad uscire dal corpo.

È sorprendente come a volte le regole della fisiologia corporale risultino così buffe, insulse e quasi incomprensibili. I sette operatori dell’ordine pubblico furono sospesi dopo la comunicazione ufficiale del decesso: precauzionalmente sanzionati, con un buffetto sulla guancia. Il coroner della contea verbalizzò le modalità di morte configurandole come un omicidio causato da “complicazioni di asfissia”: le complicazioni, qualche volta, si tramutano in maledizioni.

Si chiamava Daniel Prude e viveva a Rochester: gli avvocati difensori hanno sapientemente dimostrato che quella notte, la notte dello spiacevole contrattempo, ogni protocollo venne rigorosamente rispettato, sulla base delle tecniche di addestramento che consigliano manovre di “contenimento opportuno” del soggetto che si ribella, si dimena o si agita sino allo sproposito.

Questa modalità di ammorbidimento viene pure definita, nel gergo settoriale, come “segmentazione”. Ecco, deve proprio essere stato questo termine così singolare e così geometrico ad indurre il Gran Giurì al non luogo a procedere: grosso modo assimilabile alla quadratura del cerchio.

Vicende come queste faticano terribilmente a inforcare un binario diverso. La procuratrice generale ha dichiarato che rispetterà la decisone del Gran Giurì ma intanto ha contestato il sistema con un ottimo estetismo dei contenuti: “Si riconoscono le influenze del razzismo, dai codici degli schiavi a Jim Crow, al linciaggio, alla guerra al crimine, all’eccessiva incarcerazione delle persone di colore . Sino a Eric Garner, Tamir Rice , Breonna Taylor, George Floyd. E ora Daniel Prude”.

E allora frullano nella mente i malinconici versi di uno spiritual che porta il titolo afroamericano di “Same train”.

Piange il cuore a scorrere queste righe ma forse l’esercizio può scuotere ancora un poco le coscienze:

“Lo stesso treno, lo stesso treno.

Lo stesso treno, porta via mio padre.

Lo stesso treno, oh lo stesso treno.

Lo stesso treno, fermo alla stazione.

Lo stesso treno, torna domani.

Lo stesso treno, lo stesso treno.

Lo stesso treno, porta via mia madre.”

Lo stesso treno che ha portato via Daniel Prude.

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