Zuckerberg all’angolo anche in Canada

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Dopo l’inquietante tiro alla fune con l’Australia, Facebook ha fatto il triplice salto del canguro sbarcando in Canada, Paese dove i merluzzi si pescano nei pressi dei Banchi di Terranova e dove gente come Zuckerberg e soci possono cialtronare fino a un certo punto con le intimidazioni e le prepotenze che stentano a trovare spazio in una democrazia matura e compiuta (leggi qui sotto).

La terra delle Giubbe Rosse ha ufficializzato la sua legittima guerra contro il colosso tecnologico che vuole togliere ossigeno ai sacrosanti diritti degli editori, imponendo la sfrontata egemonia del social network, attraverso il sistematico scavalcamento  dei pagamenti dovuti ai tanti portali di informazioni online.  

È stata molto esplicita la presa di posizione del ministro canadese del Patrimonio Steven Guilbeault che, dopo aver classificato i comportamenti di Facebook come “azioni altamente irresponsabili” ,  ha avvertito che il Canada è pronto a mostrare i muscoli non intendendo rivedere il pessimo film della scorsa settimana, quando il colosso dei social media ha rimosso in segno di rappresaglia, con straniante spavalderia, tutti i contenuti di notizie australiane dai suoi siti. 

Il combattivo Guilbeault, sempre scandendo con appropriato spelling i suoi avvertimenti, ha chiarito che la sua nazione sarà vigorosamente attenta alla verifica che Facebook non ometta di pagare i vari contenuti delle notizie attinte dagli editori canadesi. 

Per i prossimi mesi è prevista l’approvazione di una legislazione mirata ad esigere i regolari esborsi non solo da Facebook ma pure da Google di Alphabet inc.

Se il Canada si sta trincerando in prima linea contro il fagocitante incalzare del ricchissimo e sfrontato Mark Zuckerberg e dei suoi degnissimi soci, altri governi stanno affilando le armi per una appropriata contro offensiva  nei confronti del CEO dello scandalo di Cambridge Analytic: il fulminante e fulminato  Zuck che gingilla la sua esistenza fra la faraonica villa di Palo Alto – un nido accessoriato da 7 milioni di dollari con 5 bagni che 6 sarebbero di cattivo gusto – e la mega casa di San Francisco , in un quartiere tranquillo, ci mancherebbe, nella sacrificata metratura di cinquemila metri quadrati, all’invero una superficie appena sufficiente per non darsi di gomito.

Sta lievitando intanto la coalizione dei paesi i cui ministri  si sono ritrovati in una prima informale riunione per studiare le opportune mosse da promuovere contro i giganti del web: erano presenti le delegazioni di Canada,  Australia, Francia, Germania e  Finlandia.

Pare che possa presto arrivare a 15 rappresentanze il gruppo degli stati finalmente contrari allo strapotere del bullismo che impone il quotidiano  tallone di ferro delle più plateali e inattendibili ipotesi complottiste e delle mille informazioni da pattumiera.

Gli specchi deformanti del miliardario Luna Park del social network dovrebbero presto ridimensionarsi, lasciando più spazio al calcinculo  di un fronte comune che si accinge a impattare contro le intimidazioni di Facebook.  

In una intervista al The Post, Megan Boler, docente presso l’Università di Toronto, ha acutamente notato che: ” Stiamo assistendo a una svolta molto significativa nella sfida al monopolio che la grande tecnologia sta esercitando”.

Si sta irrobustendo in effetti una sfida che potrebbe riasserire i fondamentali valori della etica della verità per il mondo intero.

Nel 2020 i vari editori canadesi hanno invocato a pieni polmoni un intervento governativo contro i ciclopi di una tecnologia tesa a divellere ogni ostacolo che le si frapponga: il rischio incombente sta nella perdita di centinaia di posti di lavoro nel settore del giornalismo di stampa con il rischio di assistere a un bagno di sangue che cifra quasi 500 milioni di dollari.

La controffensiva sta assumendo una architettura di strategie coordinate e ben ragionate: che potrebbe mai fare Zuck quando dovesse realizzare che la sua posizione comincia a essere insostenibile?

Considerata la sua schizofrenica imprevedibilità la risposta non risulta facile, anche se in molti suppongono che la sua prima reazione convergerebbe verso gli ormeggi del suo superyacht Ulysses da 150 milioni di dollari.

Uno sbalorditivo “socialnatante” dotato di hangar per elicotteri di media dimensione, di 15 suite private se non privatissime e di piscina e cinema con tanto di maschere.

Quasi dimenticavo la sconfinata sala giochi anche se i giochi, forse, non sono ancora fatti.

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