Addio Raoul, vai col “lissio”!

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E il vigliacchissimo Covid si è portato via Raoul Casadei con i suoi 83 anni, incontrastato virtuoso mago del “liscio” e mattatore indomito delle balere d’Italia e di mezzo mondo. Interprete dell’iconica “Romagna mia”, un brano diventato un vero e proprio inno internazionale, adottato anche dagli orsi dell’Alaska quando ballano sulla schiuma della corrente acchiappando salmoni.

Stroncato dalla falce che impazza dovunque, ha trovato il tempo di scrivere nel suo ultimo post che “il virus è una brutta bestia”  e poi se ne è andato, salutando la sua vitalissima passione per quel genere musicale sanguigno, gioviale ed euforico come la terra unica e generosa dove lui era cresciuto in un beverone misto di passione popolare, di amore e di appartenenza, di sangiovese e di trebbiano ma soprattutto di amicizie visceralmente vere.

Lo zio Secondo, direttore della più gettonata orchestra di liscio romagnolo, fu il primo a regalargli una chitarra: ed era bello per Raoul pizzicarla dentro la magica età dei sedici anni, carichi di presagi che si spandevano nelle onde di un ritmo che spalancava praterie alle vertigini di un ballo rotondo e scatenato, dove gli anni sessanta e settanta spalmavano di brillantina i capelli degli stempiati ballerini e gonfiavano di piroettanti ammiccamenti le rosse minigonne delle ballerine. Che fossero ventenni o settantenni poco importava perché “La mazurka di periferia” non badava all’età, che il “lissio“, per universale statuto, si fonda sulla democrazia.

Proprio Secondo affidò a Raoul, nel1954, il fatidico spartito della canzone “Romagna mia” che, secondo i dati Siae, risulta uno dei cinque brani italiani più eseguiti nel mondo.

Lo scatenante motivo venne saccheggiato da uno stuolo di cantanti famosi, da Claudio Villa a Nilla Pizzi e persino da Orietta Berti, che pure vantava un certo numero di fidanzati da Cantù al Perù. Una moltitudine di interpreti fece sua la causa dei Casadei che era un’avvolgente passeggiata nella “Nostalgia di un passato dove la mamma mia ho lasciato”

Un brano elementare e guizzante, eppure cosmicamente contagioso, peccato sia stato utilizzato reiteratamente pure dai palchi elettorali, in tempi relativamente recenti, anche da Matteo Salvini insaccato in una mega felpa verde che sul retro, per le pari opportunità, portava la scritta “Ciao mare”.

Ma quest’aria, racchiusa nella sinuosità di un valzer, ha perfino ipnotizzato la regina della disco music Gloria Gaynor che ha saputo proporla in una originale trasposizione soul, vendendone una vagonata di copie.

“Romagna mia”, tradotta in diverse lingue, dal giapponese al russo, è stata motivo tentatore per un Papa (Giovanni Paolo II) che l’ha cantata sulle chiavi musicali di Pietro ed è diventata quasi uno scomodo dilemma nel corso di una esagerata disputa che pretendeva di eleggerla a inno nazionale, esautorando  Fratelli d’Italia.

Negli anni ottanta, Raoul decise di passare il testimone di timoniere d’orchestra al figlio Mirko ma non per questo il mito del “Quando ti penso, vorrei tornare, dalla mia bella, al casolare” perse la forza e la voglia di correre da Little Italy a Buenos Aires, dalla Piazza Rossa all’Australia, sempre più ritmata e più bella, protetta da uno stuolo di angeli plasmati nella terra dei cappelletti e dei garganelli di Lugo, dei fagioli in giubbalunga e degli strozzapreti, del formaggio bazzotto e dei bomboloni alla crema.

Al chiosco della piadina di Faenza, messo lì fra un raccordo anulare e uno sparuta macchia di pioppi, una donna canticchia qualcosa di Raoul, giusto per rendergli meno arduo il cammino verso l’ignoto, dove la salsiccia matta corre il rischio di essere ingoiata dal niente.    

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