Dal letame nascono i fior…

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Anno dopo anno, e immancabilmente verso l’inizio della primavera, il piccolo villaggio indiano di Gummatapura, incastrato fra gli stati di Karnataka e e di Tamil Nadu, ospita la singolarissima battaglia del letame, ormai nota per il suo modo unico di concludere, benauguratamente e olfattivamente, la lunghissima festività di Diwali dove si celebra il trionfo del bene sul male.

Il tempestoso scontro incrociato vede contrapposte due fazioni, in evidente alterco da sterco dove volano pallate di stallatico di vacca nella sagra chiamata ” Gorehabba”, qui si incrociano scie di bocce di escremento e sibilano nell’aria, micidiali pallottole di deiezione molto più mefitiche degli “zip” di Tex Willer.

Questa eccentrica e stramba celebrazione affonda le sue radici nella simbologia delle bovine secrezioni che nella cultura indiana locale sembra abbiano rappresentato l’inusuale grembo da cui è nata una divinità di primaria importanza, dal nome vagamente salgariano di Beereshwara Swamy.

Gorehabba richiama moltitudini di curiosi da località vicine ma pure da centri discretamente distanti e la appassionata partecipazione del pubblico ricambia il veemente impegno delle centurie di cecchini , intenti a centrare le sagome nemiche ma non certo preoccupati di venire platealmente colpiti, sul volto o al bersaglio grosso, in quanto il beneficio del letame è considerato una sorta di benedizione e un rito che puzza di future propiziazioni contro le malattie di qualsiasi tipo.

Il rituale è immutabile e certamente sconcertante:  le feci benedette vengono scaricate in una vasta area aperta e i temerari , rigorosamente a torso nudo, cominciano a plasmare arrotondando montagnole di globi da stabbiello, con sapiente cura e raffinata, se si può dire, tecnica artigiana.

Le schermaglie sono generalmente guardinghe e circospette, e se una scaramuccia delude con esiti di cacca, si innesca allora uno scontro totale, con frammenti di materia semi nobile che si tramutano in un pulviscolo di schegge roteanti dentro uno sciame ondivago e lezzoso che colpisce macchine fotografiche, cellulari e fronti spaziose del pubblico assiepato nei paraggi.

Capita così che a noi occidentali vengano alla memoria l’epica tenzone della Tomatina in Spagna, dove tutto finisce in una oceanica salsa di pomodoro maltrattato oltre ogni dire, e la super vitaminica battaglia delle arance di Ivrea dove si registrano contusi e feriti sotto il segno di una scorticante spremuta con buccia.

Per tornare al rituale del Gorehabba, c’è da notare che il suo immodificabile protocollo propone anche momenti quasi bucolici: prima che si scateni l’inferno, la materia prima viene diligentemente caricata sopra diversi carri bestiame per essere decorata con delicati fiori di calendula.

E’ prevista pure una puntatina al tempio locale, dove il sacerdote più anziano è preposto alla benedizione del carico destinato alle sventagliate nel miasmatico cosmo dell’eccitante giornata di festa.

E non manca l’allegorico corollario di un proverbio locale, recitato proprio prima dell’apertura delle ostilità : “Parla come un pappagallo; medita come un cigno; mastica come una capra; e fai il bagno come un elefante.”

E il bagno, nella specifica circostanza, avverrà non tanto nel fiume dove sbadigliano i coccodrilli quanto nello strato di provvidenziale concime dove parapigliano i posseduti dai lanci e dagli strilli.  

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