Dante e quel suo inferno così attuale

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Proprio oggi ricorre il Dante Dì, il giorno di Dante Alighieri. Il 25 marzo è infatti la data che gli studiosi del Sommo Poeta hanno individuato come il giorno in cui inizia il suo viaggio nell’aldilà, lei cui tappe ritroviamo nella Divina Commedia, un capolavoro senza tempo della letteratura universale. E quest’anno, in cui cadono i 700 anni dalla sua morte, la ricorrenza assume un significato perfino maggiore. Numerose, malgrado la pandemia, sono infatti le iniziative volute e organizzate un po’ ovunque per celebrare l’opera e il genio del padre della lingua italiana.

Carlo Ossola, già direttore dell´Istituto di studi italiani dell´USI e presidente del Comitato che coordina le celebrazioni del settecentesimo anniversario della morte di Dante, si è augurato che la Divina Commedia possa essere, in ogni famiglia, come il presepe. Perché Dante è il più grande autore che la lingua italiana abbia mai avuto, il cui valore letterario è riconosciuto in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia passando dalla Cina. Ma cosa rende ancora oggi attuale e avvincente la lettura della Divina Commedia? 

La Commedia, fin da subito, con il suo autore ancora in vita, ebbe una vastissima diffusione. Fu letta, copiata, commentata. A dimostrazione di come Dante abbia saputo cogliere nel segno, raccontando di un viaggio che inizia con uno smarrimento. “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita”. È l’incipit, celeberrimo, con cui si apre l’Inferno. L’uomo di oggi, così come capitava al tempo di Dante, è prigioniero del vortice sempre più caotico della vita. È smarrito, perso. Pieno di dubbi.

Troppo spesso le leggi e la morale che abbiamo a disposizione non sono all’altezza delle sfide che ci attendono. Non tengo conto della natura fragile e multiforme dell’essere umano. Ci ritroviamo così senza gli strumenti necessari, senza una mappa in grado d’indirizzarci sulla giusta e retta via. Così Dante, nel suo capolavoro, si concentra su se stesso e sul suo viaggio che è una sorta di personale autoanalisi in cui mette a nudo le sue emozioni, le sue fragilità. 

E lo fa procedendo tra vizi e virtù, istinti e passioni. Lo fa in punta di poesia cristallizzando nei suoi versi il e verità della realtà di tutti i giorni. Forse perché la vera letteratura fa questo. Ci aiuta a rimettere in asse le cose della vita. Ci dà gli strumenti per farlo, per entrare nella vita degli altri e capire un po’ più di noi stessi. Il viaggio dantesco è un viaggio di 14.233 versi che ci conduce alla scoperta dell’animo umano. 

Tra desideri, gioie, amori, ma anche paure, rabbia, ansia e malessere interiore. In un viaggio di redenzione che si propone come un modello alternativo al caos, a un mondo che celebra i vincitori e calpesta i vinti. Un mondo così simile al nostro in cui basta un nonnulla per smarrire la rotta, per lasciarsi ritrovandosi improvvisamente a guidare contromano, col rischio di finire dritti dritti all’inferno.

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