Femminicidio a Bellinzona, si può fare di più

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Stamattina pensando al femminicidio di ieri, svoltosi sull’argine del Ticino, in una zona di svago e divertimenti per le famiglie, ho buttato di getto un pensiero sui social. Un ragionamento sentito, maturato durante una notte agitata e che stamane mi lasciava l’amaro in bocca:

“L’omicidio di ieri, sulle rive assolate del Ticino è una sconfitta del genere umano.

Immagino quella donna, felice, che con l’amica si godeva i primi turgidi e luminosi giorni di primavera, la immagino spensierata per una volta, mentre mettendo un piede dopo l’altro sull’argine erboso, scordava i problemi, i litigi, l’acrimonia di un rapporto malato. La immagino sentire l’ansia e poi la paura nel veder e lui e gli ultimi istanti di terrore prima degli scoppi. 

Immagino il sole e l’azzurro del cielo sparire, svanire per sempre. E questa è la sconfitta, di noi che non sappiamo gestire con decoro, gentilezza e amore i nostri sentimenti, noi che non ci amiamo abbastanza e di questo disamore che facciamo crescere come gramigna, quell’odio pernicioso e insidioso che ci macina e ci porta alla fine. 

Ogni volta che odiamo, che non sappiamo risolvere, che preferiamo la cattiveria alla dignità, perdiamo, noi tutti, come genere umano.

Per fortuna che l’acqua del Ticino, gelida e incosciente, continua a scorrere la sua vita, bagnando le rive, dando asilo a quella vita che noi non riusciamo a meritarci. Eppure, tra le primule e i non ti scordar di me delle rive, fiorisce forse anche una speranza lontana.”

Alcuni mi hanno giustamente ripreso, dicendo che è giusto dare il loro nome alle cose. Questo è un femminicidio. Eppure io, da maschio senziente dalla mia specie, voglio parlare di omicidio, perché ogni cessazione della vita è orribile, soprattutto con quelle modalità, ed ogni morte ha diritto alla cura e alla dignità che possiamo darle. 

È ovvio che l’uccisione di donne da parte di amanti o mariti è un problema dannato e crudele. Lo è perché non c’è amore in questo ma solo un oscuro egoismo, viziato da tortuosi processi mentali che non vedono più nulla se non la cancellazione dell’“altro” in quanto presunta fonte del dolore. Che poi in questi orribili sacrifici rituali, rimangano coinvolti figli, parenti, amici… è totalmente risibile per chi li commette.

Questo terribile atto di crudeltà, merita non la forca della riprovazione popolare, che è facile e a buon mercato, ma l’attenzione che noi, i media e le autorità dovremmo dargli.

Scopo del nostro ragionare, deve essere un percorso per far sì che queste cose non succedano più. Lo possiamo fare con l’attenzione, con reti sociali forti, con autorità attente e preparate, con un sistema giudiziario ad hoc che si occupi di questo tipo di reati e di quelli, più leggeri, ma altrettanto pericolosi e che spesso ne sono un’avvisaglia, che li precedono. 

Troppo spesso le donne si sentono sole, impaurite, dimenticate, confrontate con forze di polizia che magari non hanno i mezzi per agire. È difficile prevedere un assassinio del genere, ma è certamente doveroso alzare l’asticella dell’attenzione, soprattutto in casi a rischio. Dovere delle donne è denunciare, dovere delle autorità è parlare con le denuncianti e col denunciato, costruire percorsi d’aiuto, perché le vendette postume non servono a un fico secco e spesso, come in questo caso, sono inutili, vista la morte anche dell’assassino.

Intorno rimangono le altre vittime, che lacerano il nostro tessuto sociale con il loro dolore e le loro paure. L’amica testimone di un delitto orrendo che non scorderà mai, i figli, i parenti, i colleghi di lavoro che aspettavano la donna e il marito il lunedì per iniziare la settimana.

Ridurre il danno è un dovere. Pensare, ragionare seriamente: come facciamo a far sì che non succeda più? Tutto il resto sono solo parole al vento, portate via dalla brezza che accarezza il fondovalle del Ticino, facendo fremere di brividi le foglie dei pioppi.

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